13 Reasons Why: ecco perché non racconta la depressione

13 Reasons Why

13 Reasons Why: Netflix racconta perfettamente le dinamiche del mondo adolescenziale. Ma non risponde esaurientemente a cos’è la depressione. Ecco perché

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13 Reasons Why è la nuova serie evento di Netflix e checché se ne dica, lo è a ragione. Creata da Brian Yorkley e basata sul romanzo “13” di Jay Asher, dal 31 marzo 2017 (giorno del suo debutto) è stata una delle serie più viste online oltre ad essere una delle più acclamate dal pubblico. Sebbene non sia uno show che richiede un budget ingente, né alcun effetto speciale, 13 Reasons Why conquista lo spettatore con il solo ausilio del forte impatto emotivo e della bravura dei suoi giovani attori.

La trama

Nel febbraio 2011, gli Universal Studios acquistano i diritti cinematografici del romanzo di Asher per farne un film con protagonista Selena Gomez, che invece è poi diventata produttrice esecutiva della serie. La cantante e attrice avrebbe dovuto interpretare Hannah Baker, ruolo che è stato poi affidato a Katherine Langford, che lo ha assimilato e vestito in maniera esemplare. Ancora più spettacolare è l’interpretazione di Dylan Minette nel ruolo di Clay Jensen, protagonista maschile dello show, che ha toccato con sensibilità e portato alla ribalta l’effetto devastante che la consapevolezza può avere sulla vita di un adolescente come un altro. 13 Reasons Why è la serie della consapevolezza, questa è la parola che viene alla mente cliccando play sulla prima puntata. Attraverso le cassette registrate da Hannah prima della sua morte, Clay capisce se stesso, la sua famiglia e le persone che lo circondano. Ed è proprio questa la bravura di Dylan Minette, oltre che del team che ha lavorato alla trasformazione di alcuni punti cruciali del romanzo (nelle pagine di 13, infatti, Clay non è un ragazzino timido e defilato ma uno studente abbastanza popolare nella sua scuola, la sua cassetta non è l’undicesima ma la settima e impiega soltanto una notte ad ascoltare tutte le registrazioni): la morte di Hannah non è più solo la tragedia che vede protagonista una ragazza, ma vede coprotagonisti tutti i “13 motivi” che hanno portato Hannah a compiere il gesto più disperato di tutti. Il personaggio di Clay è la chiave d’accesso alle vicende personali di tutti gli altri personaggi della serie: tramite l’ascolto dei 13 diversi tapes, emergono più dettagli sulla psiche e sulla vita di coloro che, secondo una citazione della stessa Hannah, “ci hanno tenuto, ma non abbastanza”. Alla fine delle 13 puntate, lo spettatore si ritrova a conoscere molto di più l’universo dei “colpevoli” che quello della protagonista stessa.

La scelta di allungare i tempi di ascolto di Clay è il metodo che fa adattare la storia al format televisivo, ma è anche un doloroso iter di formazione. L’espediente riesce bene a raccontare le vicende dei ragazzi protagonisti, pur non mantenendo sempre un ritmo all’altezza dell’intento. 13 Reasons Why non è comunque uno show privo di difetti: a volte si avvita su storyline che tendono pericolosamente allo stereotipo (un esempio sono gli adulti che sembrano sempre drammaticamente incapaci di capire cosa succede ai figli). Tuttavia, la forza dello show è quella di avere dei personaggi che non sono “assoluti”. Ognuno dei ragazzi chiamati in causa da Hannah è carnefice, ma in qualche misura anche vittima (o almeno, quasi tutti loro lo sono). Ogni personaggio all’inizio suscita l’odio che tipicamente suscitano gli insensibili o gli indifferenti (o almeno, l’odio che sicuramente suscitano nelle serie tv), ma poi si rivela complesso nel suo modo di ragionare e di agire, a suo modo anche “giustificato”.

I personaggi

Justin, lo sbruffoncello delle prime puntate, è in realtà una persona debole e indecisa e questo è tragicamente da imputare alla sua condizione di abbandono all’interno delle mura domestiche. Zach Dempsey, campione sportivo del liceo, è in realtà un ragazzo che ha scelto di esser trascinato dagli eventi perché più facile. Amato dalla famiglia che conosce un altro lato di lui, la colpa di Zach è quella di aver scelto di essere un codardo. E se la codardia è un istinto, la sua è decisamente una scelta: poteva decidere di cambiare impercettibilmente il suo comportamento, almeno nei confronti di Hannah; quel tanto che bastava per non essere un altro dei 13 motivi. Tony è invece il personaggio più positivo di tutta la serie, ma nonostante la sua bontà di fondo, anche lui fa nel corso della serie delle scelte sbagliate ed i suoi comportamenti lo rendono spesso ambiguo agli occhi di Clay e dello spettatore. Jessica, la ragazza popolare e la prima amica di Hannah, è forse uno dei personaggi più sconvolgenti. Afflitta da un malessere profondo che lo spettatore impara a conoscere puntata dopo puntata, non ci permette di additarla come carnefice, perché non lo è. Alla fine della storia, Jessica è una delle vittime sacrificali e dovrà vedersela con il peso di quello che ha vissuto. Sarà forse qui che vedremo l’evoluzione in più che al suo personaggio è mancata durante questa stagione? Alex Standall, uno dei personaggi più amati dal pubblico, è un ragazzo profondamente gentile. La sua storia si evolve in maniera insolita: entra in scena svelando la sua indole amichevole e sensibile per poi rivelarsi menefreghista e cattivo. Lo spettatore ne resta convinto per diverso tempo fino a quando il ragazzo non comincia a cedere, lasciando intravedere attraverso le crepe della sua maschera quello che davvero è, ossia il ragazzo insicuro e particolare che avevamo conosciuto agli esordi. Uno dei personaggi che fa più riflettere è quello di Tyler Down, fotografo dell’annuario della scuola, maltrattato costantemente dai suoi compagni di scuola. E nei suoi confronti, Hannah ha una colpa che da spettatori non le si riesce a perdonare. Nel raccontare quello che lui le ha fatto, Hannah chiede al suo ascoltatore di lanciare un sasso alla sua finestra. Quando Clay si reca davanti casa sua, trova il vetro della sua stanza infranto in più punti. Ragionando sull’episodio appena visto, si capisce che Hannah, esattamente come i suoi tredici motivi, non è un personaggio assoluto, ma è una ragazza e come tale può assumere dei comportamenti che lei stessa condanna con le sue cassette, spinta da motivi personali e sicuramente validi che non le permettono di ragionare in maniera lucida. Proprio Tyler, alla fine della serie, è uno di quello che pone più interrogativi facendo riflettere non solo sui più giovani, ma addirittura su alcune dinamiche scottanti della società americana. Resta uno dei punti interrogativi più grandi di un’ipotetica seconda stagione.Non si può esprimere un parere netto su questi personaggi, così come non lo si può esprimere sulle persone e questo è uno dei messaggi più importanti ma sottovalutati che la serie vuole trasmettere.

Uno spaccato sulla società, non un documentario sulla depressione

Quello che sembra giusto dire è che 13 reasons why non offre risposte esaurienti sulla depressione e sulle sue dinamiche. Il tutto è tremendamente più complesso. La depressione, come tutti i mali che affliggono la psiche, non dipende dal mondo che ci circonda e anzi, lo chiude tragicamente fuori. La serie offre però una vista più che mai accurata su quello che quotidianamente accade nella società di oggi, ai ragazzi di oggi, trascinandosi poi nella vita adulta per diventare una granitica certezza. Offre uno spunto per provare a invertire la rotta, a osservare di più e fare più attenzione. Recente è la notizia di una seconda stagione confermata per la serie e il rischio di impantanarsi in qualcosa di scarsa qualità è grande, ma se c’è una cosa che 13 reasons why ha fatto è stato aprire gli occhi anche ai più scettici, anche a coloro che non l’hanno apprezzata pienamente come serie. Stimolare una discussione su questo argomento è il risultato migliore che lo show potesse raggiungere, oltre ogni successo di pubblico e critica.

 

 

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