Beata Ignoranza: tra social e tradizione trionfano l’amore e i buoni sentimenti

Beata Ignoranza

Beata Ignoranza è la quarta regia di Massimiliano Bruno che punta tutto sull’affiatata coppia Giallini­-Gassmann. Buona l’idea, debole la sceneggiatura. Un film onesto che fa trionfare la genuinità dell’amore e fa riaffiorare la nostalgia dei buoni sentimenti

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Beata Ignoranza è nelle sale dal 27  febbraio e sulla scia dell’apripista Perfetti sconosciuti (Genovese, 2016) è un prodotto filmico che propone come oggetto della narrazione la dipendenza da Social. Effettua uno screen della mania always online e ne scandaglia, seppur in superficie, gli aspetti più intimi e oscuri, tentando di analizzarne le inaspettate e rocambolesche conseguenze.

Massimiliano Bruno nel 2015 si era imposto con Gli ultimi sono gli ultimi, amara e ingarbugliata commedia sulla drammatica situazione del precariato italiano, ottenendo ottimi riscontri al botteghino, grazie anche alla brillante interpretazione di una scatenata Paola Cortellesi. A più di un anno di distanza ci riprova con la già comprovata e applaudita accoppiata Giallini-Gassmann e convinto di andare sul sicuro intesse quella che si palesa essere una trama ben pensata, ma soltanto in parte sviluppata.

Due papà, una figlia e un documentario

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassmann) sono rispettivamente insegnanti di letteratura  italiana e di matematica. Il primo è un tipo all’antica, indossa abiti classici ed è solito recitare ad alta voce i versi del Foscolo e del Leopardi. Fuma il solito sigaro, va fiero del suo cellulare, un Nokia del ’95. Il secondo è l’eterno Peter Pan, veste casual e condivide l’appartamento con due svampiti appassionati di cannabis. La sua vita ruota attorno al numero di notifiche che quotidianamente riceve sul suo smartphone di ultimissima generazione. All’aula si approccia con insoliti calcoli 2.0 effettuati direttamente da tablet ed iphone.

I due si rincontrano e si scontrano per caso perché chiamati ad insegnare nello stesso liceo. Acerrimi nemici, sono separati da un antico e mai sotterrato astio dovuto a Margherita (Carolina Crescentini) la donna che ha sposato Ernesto, ma ha avuto una figlia, Nina (Teresa Romagnoli), da Filippo. Quando Ernesto scopre il tradimento abbandona moglie e figlia, mentre Filippo viene meno ai propri doveri paterni e scompare.

Nina cresce da sola e dopo anni, ormai maggiorenne e in dolce attesa si rifà viva per invitare i due rivaleggianti papà a partecipare ad un documentario sperimentale che ha per soggetto il contrasto tra mondo Social e non Social. Per amore di Nina, Ernesto e Filippo accettano di calarsi l’uno nei panni dell’altro: e così Filippo deve fare a meno dei like di Facebook, degli hashtag di Twitter e dei cuoricini di Instagram, mentre Ernesto deve fare i conti per la prima volta con la interessante, ma dura realtà del web.

Il ritmo e i limiti

Attraverso una serie di sguardi in macchina, i due protagonisti interagiscono direttamente con il pubblico, per mezzo dell’intelligente trovata del documentario che è un chiaro esempio di metacinema e sono in grado di intessere un collegamento diretto tra “il fuori” e “il dentro” lo schermo, così che lo spettatore possa cogliere ogni singolo aspetto del ricercato e disperato scambio di ruoli.

Dopo un inizio piuttosto lento e supportato da una scrittura a tratti debole e poco convincente, ecco arrivare il meglio di Beata Ignoranza, fatto da una statica posatura attoriale che incalza e lascia spazio ad una serie di gag ben azzeccate e più congeniali alle capacità recitative degli interpreti, in alcuni passaggi soffocate da faccette eccessive e buonismi ostentati. Anche il ritmo delle inquadrature cresce, alcune palesemente originali e in linea con i moderni point of views dell’era digitale. È il caso del selfie di classe che il prof di matematica fa con i propri studenti a campanella suonata, o del video ricordo che il prof Ernesto visualizza direttamente dal profilo Facebook della figlia Nina.

Nonostante qualche gap scenico e da copione scolastico, non resta offuscata e non rischiano di essere messe in secondo piano la sintonia e l’intesa Giallini-Gassmann. I due strampalati mattatori della commedia happening all’italiana alla fine dei conti riescono senza troppa difficoltà a restituire l’immagine perfetta di due inseparabili nemici-amici. Del resto non sono molto lontani nello spirito e nelle vicende finzionali da come li avevamo già visti in Se Dio vuole nel 2015 e ancora prima in Tutta colpa di Freud (2014).

I sentimenti di una volta

Beata Ignoranza non lascia deluso chi ne sceglie la visione perché riesce a miscelare senza esagerare, seppur con qualche limite, l’intramontabile gioco del vecchio che sfida il nuovo e viceversa. A fare da arbitro, il punto di vista di chi si schiera dall’una o dall’altra parte. Una staffetta fatta di equivoci sessuali, gaffe d’amicizia e banali e sempre ben accolte effusioni d’amore, perché il film di Bruno è soprattutto questo, un’affacciata alla melanconica finestra dei buoni sentimenti.

 

 

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