Caparezza, prigioniero didascalico del suo nuovo album che “Ti fa stare bene”

caparezza

A distanza di tre anni da “Museica”, Caparezza ritorna in scena con un nuovo album di inediti in cui la componente artistica lascia spazio a riflessioni molto più intime e profonde. Nel disco anche Max Gazzè e Darryl Lovelace, membro degli ex Run DMC

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Avete presente quel fischio che può capitare di sentire nell’orecchio al termine di un concerto o una serata in discoteca??? Ecco, quello dal punto di vista medico è una vera e propria condizione clinica chiamata acufene, che nel caso di Caparezza, all’anagrafe Michele Salvemini, negli ultimi anni ha assunto le dimensioni di qualcosa di cronico e forse di totalmente intrattabile.

Il tentativo di esorcizzare questo disturbo è stato uno dei motivi principali per cui è nato “Prisoner 709”, sesto album in studio dell’artista pugliese pubblicato lo scorso 15 settembre a circa tre anni di distanza da “Museica”, il progetto fatto “sull’arte col rischio di sputtanarmi”(ipse dixit), cui è seguito un tour spettacolare durato quasi due anni continuativi. Due anni fatti di sold out, maree di persone e soddisfazioni profuse cui si associa, però, nel risvolto negativo della medaglia, anche il lascito clinico proprio dell’acufene sopracitato. Tuttavia volendo trovare anche in questo caso il lato positivo della faccenda, il ronzio onnipresente potrebbe aver rappresentato per Michele l’occasione, e soprattutto l’ispirazione, giusta per tentare di alzare nuovamente l’asticella in ciò che sa fare meglio, la musica, cosa che tra l’altro ha già fatto in occasione del lavoro precedente. Ed il risultato è stato, manco a dirlo, ancora una volta devastante.

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Nella sua interezza questo nuovo disco usa come sfondo la trasformazione di quello che era stato il grande museo di “Museica” in una altrettanta immensa clinica ospedaliera, le cui porte vengono aperte da un ritmo simil tribale, quello della prima traccia, a cui si abbina una parola secca, e che ancora una volta rimanda al mondo ospedaliero: prosopagnosia, una malattia neuronale caratterizzata dalla impossibilità di riconoscere i volti altrui.

In realtà parlare di malattia o cliniche in modo così secco potrebbe sembrare quasi un preambolo al nosense più totale, ma i vari termini vanno pesati e considerati attraverso una accezione più ampia, la stessa imbastita probabilmente anche da Caparezza che tramite le sue liriche porta l’ascoltatore dentro e fuori dai suoi pensieri muovendosi attraverso una giugla di nomi e citazioni sopraffini, generando un risultato molto intimo ed allo stesso tempo sfacciato. Probabilmente i meno contenti di questo modus operandi potrebbero essere i neofiti del genere hip-hop, e più in generale del mondo Capa, o i tanti nuovi “trappers fan” della scena rap che probabilmente resterebbero delusi dalla totale assenza nei testi di riferimenti relativi a bella vita, donne, champagne o altre costanti quasi onnipresenti in ogni disco di genere che si rispetti. Ebbene si, è proprio questo questo il caso.

La parte lirica

Una metafora principale, quella del prigioniero 709 messo sotto gli occhi di tutti e che dà anche il titolo all’album, fa da traino per tante altre, molte delle quali compongono buona parte dei titoli dei vari pezzi della tracklist, in un crescendo di considerazioni ed interrogativi che portano l’artista in una specie di programma di analisi rivolta all’ accettazione del proprio malessere, il quale arriva a risoluzione solo quando la prosopagnosia iniziale va anche a chiudere l’intera scaletta diventando una sorta di mantra che recita:“prosopagno….sia!” Come dire ok, deve andare così, ma almeno ho capito!

Nel mezzo come sempre decine di riflessioni, citazioni e considerazioni varie rese attraverso rime secche e dirette che spaziano dalla religione, della radiofonica “Confusianesimo”, alla descrizione proprio del disturbo acufenico, ripreso in “Larsen, passando per la didascalica “La caduta di Atlante” e le varie realtà a sé stanti come “Migliora la tua memoria con un click”, arricchita dal feat di Max Gazzè, oppure “L’uomo che premette”.

Le vere e proprie chicche dell’album, però, risultano essere la già abbastanza nota, per via della rotazione radiofonica, “Ti fa stare bene” sul cui ritornello Caparezza fa il vero Caparezza, e soprattutto “Una chiave”, pezzo che meriterebbe un capitolo a parte ed in cui il rapper coniuga una base di genere molto old school con un testo di forte impatto che, rispetto agli altri, attira l’attenzione già fin dal primo ascolto. Un discorso simile dal punto di vista musicale è rintracciabile anche in “Forever Jung” che, oltre allo scratching tipicamente underground, si avvale anche della collaborazione di Darryl Lovelace, a.k.a. DMC, vera leggenda americana per gli amanti del genere nonché testimonianza, in questo caso, della capacità di Caparezza di spaziare in diversi ambiti.

La parte musicale

Quest’ultimo discorso diventa lampante anche solo considerando la parte puramente musicale, ambito in cui l’intero disco tende ad esaltare ancora di più la potenza del rap rock molto cara a Salvemini e che tanto bene aveva fatto nel lavoro precedente. La differenza sta nel fatto che, in questo caso, essa viene abbinata più volte all’uso di sintetizzatori e manipolazioni robotiche che donano un aspetto simil futuristico ad alcuni pezzi primi fra tutti “Minimoog”o anche “L’infinto”.

C’è spazio anche per qualche sfumatura di autotune nel quadro generale, ulteriormente completato da un bel po’ di ritornelli melodici che facilmente potrebbero avere fortuna in radio e che, molto raramente, hanno la capacità di coprire la parte lirica e soprattutto il risultato finale, quello di un disco che, come già accaduto nel caso di “Museica”, dovrebbe essere accompagnato da un dizionario o una enciclopedia per essere compreso a pieno.

Fote foto: Facebook

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