Caso Moro, a trentotto anni dal rapimento ancora mezze verità

aldo moro

Oggi ricorrono trentotto anni dal rapimento di Aldo Moro ma sono ancora tanti i punti oscuri. Continua l’impegno della Commissione d’inchiesta presieduta da Fioroni

 “Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano, si passeggiava e io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa, ti ricordi? Si lo so gli occhi tuoi pieni e puliti, incantevoli e incantati non sapevano non sanno e non sapranno e non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te; gli occhi tuoi pieni, puliti e incantati non sanno la responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984 e che hanno avuto per la precisione 208 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico si, confesso è stato anche per mia colpa , mia colpa, mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il paese, provocare il terrore, isolare le parti politiche estreme, per rafforzare i partiti di centro come la DC. La hanno definita strategia della tensione: sarebbe più corretto dire strategia della sopravvivenza. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Aldo, per vocazione o per necessità, ma tutti irriducibili amanti della verità, tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale”.

(Monologo Giulio Andreotti, Il Divo)

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Non si tratta di divagazione o banale speculazione. Nel marzo del 1978 venne formato il quarto governo Andreotti monocolore Dc con l’appoggio esterno di Psi, Psdi, Pri e Pci. Lo stesso mese, in via Fani a Roma, un commando delle Brigate Rosse rapisce Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, e uccide i cinque uomini della sua scorta.

A trentotto anni di distanza sono emerse solo mezze verità. Giuseppe Fioroni è attualmente presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, e a 38 anni da via Fani e dai 55 giorni della prigionia del presidente della Dc, ha messo la firma qualche mese fa su una relazione che per la prima volta evidenzia scenari inediti legati al caso.

–          Moro era consapevole dei rischi che correva

Abbiamo ritrovato un cablogramma del colonnello Stefano Giovannone che il 18 febbraio 1978, dal Libano comunicava di aver saputo da una propria fonte palestinese che era in progetto un attentato sul territorio italiano ad opera di terroristi italiani e stranieri ma di aver ricevuto il consiglio di non muoversi in attesa di altre informazioni. Visti i rapporti, Giovannone avvertì sicuramente Moro. Si indaga, dunque, su una possibile relazione con il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana.

–          La richiesta d’aiuto il giorno prima del rapimento

l 15 marzo Moro chiamò il capo della Polizia Parlato che con esponenti della Questura si recò nell’ufficio del presidente Dc in via Savoia spiegando poi la cosa con motivazioni ben poco credibili. “Trentasette anni dopo abbiamo scoperto questa relazione “post-datata”, dalla quale apprendiamo con certezza che Moro, poche ore prima di essere colpito, aveva chiesto tutela. Nella relazione è scritto che non avrebbe chiesto aiuto per sé e per la sua scorta ma per il suo ufficio. Ma oramai sappiamo che Moro era preoccupato per sé e non per le sue carte. Come confermato da altri dati: per esempio abbiamo appreso che in quei giorni il maresciallo Leonardi chiese improvvisamente più caricatori e altri particolari emergeranno prossimamente” ha dichiarato Fioroni.

–          Il bar Olivetti

Le indagini della Commissione hanno scoperto che il bar Olivetti, davanti al quale si svolse l’assalto a Moro, era un luogo che celava non pochi misteri. Situato non lontano dal luogo del rapimento, e del titolare Tullio Olivetti che era un collaboratore dei servizi presente a Bologna la sera prima dell’attentato, collegato ad ambienti dell’eversione nera, ad un traffico di armi e al clan dei Di Stefano.

La strage di via Fiani a distanza di trentotto anni rimane un caso irrisolto.

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