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Cassazione: è legittimo il licenziamento per aumentare profitti

E’ legittimo il licenziamento di un lavoratore motivato dall’azienda con l’intento di realizzare “una organizzazione più conveniente per un incremento del profitto”

E’ legittimo il licenziamento di un lavoratore motivato dall’azienda con l’intento di realizzare “una organizzazione più conveniente per un incremento del profitto“. Questo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione sezione Lavoro che ha annullato la decisione con cui il 29 maggio 2015 la Corte di Appello di Firenze aveva imposto a una società di corrispondere un’indennità pari a 15 mensilità a un dipendente licenziato, ritenendo che non sussistesse un “giustificato motivo oggettivo” per la risoluzione del rapporto di lavoro.

La suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 245201 del 7 dicembre 2016 stabilisce quanto segue: il datore di lavoro può licenziare un dipendente non solo in caso di difficoltà economiche e in situazioni di ristrutturazioni aziendali dettate da una congiuntura negativa, ma anche per “una migliore efficienza gestionale” e per determinare “un incremento della redditività”.

La Cassazione è intervenuta sul caso di un dipendente messo alla porta dall’azienda dove lavorava, dopo due sentenze nettamente in contrasto tra di loro. Il giudice di primo grado aveva stabilito che il licenziamento era legittimo in quanto “effettivamente motivato dall’esigenza tecnica di rendere più snella la catena di comando e quindi la gestione aziendale”. Giudizio ribaltato in appello, dove il giudice ha ritenuto illegittimo il provvedimento in quanto non era stato motivato dalla necessità economica e dalla presenza di eventi sfavorevoli, ma essendo stato “motivato soltanto dalla riduzione dei costi e quindi dal mero incremento del profitto”.


Appellandosi anche all’articolo 41 della Costituzione che prevede la libera iniziativa economica dei privati, citando le direttive comunitarie sul tema, ma anche riferendosi a decisioni del passato, la Cassazione ha ritenuto che non sia necessario essere in presenza necessariamente di una crisi aziendale, un calo di fatturato o bilanci in rosso per procedere a un licenziamento. Il provvedimento può essere così giustificato anche per migliorare l’efficienza di impresa o per la soppressione di una posizione o anche per adeguarsi alle nuove tecnologie.

In altre parole, se l’attività dei privati è libera, deve esserlo anche la possibilità di organizzarla al meglio.  Rimane, ovviamente, potestà del giudice verificare l’effettiva ragione presentata dall’azienda per giustificare il licenziamento per riorganizzazione e il nesso di casualità tra i due eventi.

Sentenza questa di portata importantissima destinata a fare giurisprudenza e quindi a essere presa come riferimento anche dai tribunali di primo e secondo grado, chiamati a decidere sulle controversie tra imprenditori e dipendenti.

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Federica Gatto
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