Colossi tecnologici falliscono: nokia ha fatto da apripista, ora tocca a toshiba

Toshiba in crisi
Toshiba in crisi

La situazione del colosso nipponico Toshiba è critica, le perdite ammontano ad oltre 4 miliardi di euro, le soluzioni per ora sono vaghe

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Come si può dimenticare il clamoroso fallimento di una multinazionale leader nel settore della telefonia mobile, quale è stata Nokia. Correva l’anno 2014, nel mese di maggio Nokia cessava di essere un produttore di smartphone dopo la vendita della divisione mobile a Microsoft. Un avvenimento che ha modificato non poco il volto di un’azienda che per molti anni è stata il simbolo della telefonia a livello mondiale.

Purtroppo il seguito è storia di questi mesi, dopo la cessione a Microsoft le cose non sono andate come previsto e la stessa Microsoft ha chiuso la produzione di smartphone col suo marchio, non vedendo livelli di crescita adeguati a quelle che erano le aspettative, carenza cronica quella delle app per il sistema operativo windows mobile 10.

Ma veniamo all’altro colosso profondamente in difficoltà: Toshiba

Uno dei nomi storici dell’elettronica è in crisi, talmente in crisi da mettere a rischio il futuro stesso dell’azienda: la giapponese Toshiba ha pubblicato i conti dei primi nove mesi dell’anno fiscale, senza però ottenere l’approvazione dei revisori di PricewaterhouseCoopers. Fatto che mette nero su bianco le gravissime difficoltà del colosso nipponico, tuttora tra le prime 200 aziende al mondo per fatturato: la pubblicazione dei dati di bilancio, secondo quanto rivela Repubblica,  è stata rinviata due volte, poi si è certificata una perdita di 532 miliardi di yen (circa 4,5 miliardi di euro) senza però, come detto, avere l’ok dei revisori contabili.

Il problema nucleare

Il principale fattore di crisi per il gruppo giapponese è legato alla disastrosa acquisizione della divisione nucleare statunitense Westinghouse. Pochi giorni fa, a fine marzo, proprio Westinghouse, nome celebre nel settore dell’energia atomica, ha presentato richiesta di fallimento. L’acquisto di Toshiba avvenne nel 2006 e il gigante nipponico, che tuttora è attivo in moltissimi campi (dal medicale agli

Toshiba in difficoltà
Toshiba in difficoltà

elettrodomestici), puntava sulle sinergie per far funzionare le cose al meglio. Ma l’alleanza è deragliata, generando perdite miliardarie e stop ai progetti in altri Paesi, tra cui Regno Unito e India.

Un’acquisizione nefasta che aveva portato persino allo scandalo dei conti truccati (per 7 anni i profitti reali erano stati gonfiati e le perdite dilazionate) , esploso nel 2015 con pubbliche ammissioni e dimissioni dei top manager. Negli ultimi due anni sono seguite altre perdite e migliaia di licenziamenti, senza riuscire a raddrizzare la situazione. Le azioni valgono oggi circa un quinto di quanto valevano dieci anni fa, nel 2007.

Una possibile soluzione

La divisione dei chip può essere un (parziale) soluzione. Una vendita che sta diventando una spina nel fianco per premier giapponese Shinzo Abe. Secondo quanto ha scritto il Wall Street Journal, infatti la taiwanese Foxconn Technology – che a Shenzhen (Cina) assembla gli iPhone di Apple e gli smartphone di molti altri produttori, – sarebbe disposta a pagare fino a 27 miliardi di dollari per le attività riguardanti i micropocessori di Toshiba. Foxconn, che già l’anno scorso acquisì un altro storico nome giapponese, ovvero Sharp, ha offerto molto di più di altri pretendenti tanto da battere anche un fondo di investimento appoggiato dal governo di Tokyo.

Per Abe è un problema serio, visto che il premier contava sul fatto che i chip di Toshiba – considerati un’attività strategica per il Giappone – restassero in mani nipponiche o finissero per lo meno a una joint-ventura nippo-americana. Questa crisi profonda dell’azienda porterà difficilmente a rinunciare al ricco piatto offerto da Foxconn.

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