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"Arbeit macht frei" di Dachau

A Dachau il giorno della memoria non è il 27 gennaio

Nel primo campo di concentramento, dove nacque “Lo spirito di Dachau” esportato negli altri lager, non c’è un giorno dedicato alla memoria dello sterminio ebraico

Dachau è una città tedesca posta a 40 km da Monaco di Baviera; subito dopo aver preso il potere, Hitler decise di trasformare per sempre la storia di questo località, trasformando una fabbrica di munizioni ormai in disuso, in una “fabbrica della morte“. Era il 22 marzo 1933.

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Ciò che fu sperimentato a Dachau, servì a Hitler per poter esportare negli altri lager le stesse attività criminali ai danni degli ebrei, capro espiatorio della Germania. Un modello “ben riuscito” da imitare!

Lasciando da parte la storia, tristemente nota a tutti, con l’articolo di oggi vogliamo mostrarvi a cosa va incontro un turista quando entra nel memoriale del campo di concentramento di Dachau.

Il 27 gennaio, dal 2005, in tutto il mondo è un giorno dedicato alla commemorazione delle vittime dell’olocausto. Ma in realtà, a Dachau e altrove, non è così; non si può ricordare per un solo giorno quanto male sia stato commesso seguendo l’ideologia nazista. Perché? Beh, il motivo l’ho scoperto visitando il campo di concentramento di Dachau, non il 27 gennaio, ma il 28 agosto dell’estate scorsa.

Dachau, le fotoDal 27 gennaio 1945 (giorno in cui, per la prima volta, il mondo scoprì fin dove era arrivato l’orrore nazista con le testimonianze e la scoperta del campo di Auschwitz), nell’umanità è cambiato qualcosa, le era stata inferta una ferita troppo grande per guarire.

A distanza di decenni, questa ferita si è trasformata in una stigmate sul corpo di ognuno per non dimenticare; ancora oggi, ci deve essere un segno che, quotidianamente, ci ricordi quello che è accaduto affinché, in futuro, idee simili a quelle del nazismo non possano attecchire nelle menti e nei cuori degli uomini e trasformarsi in realtà mortifere. La cicatrice che lascia nel cuore la visita di Dachau è il souvenir che ognuno dovrebbe portare a casa e non custodire in segreto, ma mostrare attraverso foto e parole a tutti.

DachauDopo aver percorso la Lagerstrasse (viale) e letto qualche informazione sul campo, mi sono ritrovata ai piedi del Jourhaus (edificio del comando), la “porta dell’inferno“, di fronte all’ingresso del campo.

La grata che divide simbolicamente due mondi, quello del male e quello del bene, reca una scritta “Arbeit macht frei“.

Il lavoro rende liberi” era un falso invito, un modo di dare, in modo menzognero, il benvenuto agli ebrei che, non per loro volontà, si trovavano lì. Di fronte a quelle parole di ferro, mi sono chiesta “Oggi, cosa significano queste parole?

Una risposta sono riuscita a trovarla, ma solo dopo aver visitato tutto il campo. Ed ho capito anche perché a Dachau il giorno della memoria non è il 27 gennaio.

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Theodor Eicke, a capo del campo di concentramento di Dachau, sviluppò dei regolamenti con norme dettagliate e divise il campo in due aree (quella dedicata alle SS e quella per i prigionieri) circondate da torri e sistemi di sicurezza. Il visitatore può visitare la ricostruzione della zona del campo dedicato ai prigionieri.

Dachau-campo-di-concentramento-008Il viaggio inizia così: all’interno della storia del campo di concentramento c’è un silenzio troppo pesante da sopportare, irreale. Non sono sola, ci sono anche bambini con le famiglie, turisti stranieri e qualche italiano, ma il silenzio a Dachau è assordante.

Dando un’occhiata dalla grata, l’assenza di rumore fa spazio nella mente ai passi pesanti degli ebrei lungo la Appelplatz, al pianto disperato di chi ha perso la famiglia, al dolore fisico delle punizioni corporali, al pensiero della morte che si insinua nel cuore dei prigionieri. Questo e tanto altro entra con prepotenza dentro di me, preparandomi ad un viaggio sofferente, un percorso duro che va fatto per tutte le vittime che in quel campo hanno perso la vita.

Dachau, foto del memorialeDopo aver attraversato la porta di ferro, colpisce la mia attenzione il memoriale internazionale presso l’ex piazza d’armi, che invita i sopravvissuti ad unirsi “In difesa della pace e della libertà e nel rispetto della dignità dell’uomo“.

Sulla destra, entro nell’edificio dedicato alla mostra documentaria sulla storia del campo di concentramento di Dachau. C’è di tutto: documenti, lettere, cartoline, biografie (anche italiane) di morti e di sopravvissuti, manifesti propagandisti dell’epoca, vignette umoristiche. Documenti preziosi che hanno sul visitatore un impatto molto forte.

Dachau-campo-di-concentramento-019Ogni camera mostra la funzione. Da qui passavano gli ebrei per registrarsi e attraverso queste sale perdevano la loro dignità di uomini, diventando prigionieri con una divisa bicolore numerata.

C’erano delle sale per la detenzione bunker e altre per le punizioni corporali (tra cui l’impiccagione al palo o ai ganci). Ecco una galleria fotografica:

L’asse principale del complesso inizia dalla piazza dell’appello in direzione nord. A destra e a sinistra, 34 caserme. Oggi, ci sono solo due caserme (ricostruite) visitabili, mentre le altre sono segnate da una serie di pietre e da una traccia del perimetro per rendere l’idea della grandezza dei locali dove alloggiavano i prigionieri.

All’interno di uno degli alloggi: i letti, le panche e i servizi igienici offrono al visitatore un’idea delle condizioni di vita poco confortevoli sopportate dagli ebrei prima di morire.

Proseguendo verso nord, mi soffermo a guardare i monumenti religiosi, prima di svoltare, dopo aver attraversato il ponte, verso la zona del crematorio. Il piccolo fiume che scorre sotto il ponte non emette nessun rumore d’acqua; tutt’intorno ancora silenzio.

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“Pensa a come siamo morti”

I monumenti religiosi sono stati costruiti dopo la chiusura del campo dove all’epoca sorgeva: un padiglione per la disinfestazione, un allevamento di conigli, un orto e il postribolo (dove le donne subivano violenze sessuali dai nazisti).

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Il vecchio crematorio

A Dachau ci sono due crematori: il capannone di legno (con un forno a doppia muffola) e la Baracke X.

Nella Baracke X fu costruita anche una camera a gas, che ha solo l’apparenza di una doccia comune con la scritta all’ingresso: “Brausebad”. Il nuovo crematorio, più grande del vecchio, fu dotato di 4 forni.

Più che forni crematori, quelli di Dachau e degli altri campi di concentramento, furono “inceneritori” perché non si aspettava il tempo di raffreddamento opportuno per completare il processo di cremazione e le ceneri non venivano recuperate per ogni corpo. C’era un processo continuo di distruzione dei cadaveri.

I crematori smaltivano incenerendo i morti del campo di concentramento con dei forni in funzione giorno e notte. Di preciso non sappiamo quanti ebrei furono uccisi qui, nell’archivio del memoriale sono documentati ufficialmente 32.000 decessi.

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Barracke X

Il forno, più della camera a gas, è uno dei simboli dello sterminio nazista perché il punto finale della “fabbrica della morte“, che accoglie i suoi detenuti con il saluto “Arbei macht frei“.

Ebbene, dopo questo percorso nel memoriale del campo di concentramento, la risposta che ho dato alla domanda “Oggi, cosa significano queste parole?” di fronte alla scritta “Arbeicht macht frei” è stata questa:

L’unico lavoro che oggi ci può rendere liberi è quello della memoria, un lavoro quotidiano che non può e non deve durare un solo giorno (il 27 gennaio). La libertà che la memoria ci può offrire è la possibilità di non diventare schiavi di idee totalitarie, come quelle che si attuarono nelle fabbriche della morte dei campi di concentramento, separate dal mondo civile da un filo spinato di menzogna.

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About Annalisa Saggese

Annalisa Saggese
Con una laurea in filosofia specialistica appesa al muro e una tesi su intersoggettività e comunità nella "Critica del Giudizio" di Kant nel cassetto, mi sono innamorata dell'affollatissimo mondo della comunicazione e dei social network. Appassionata di fotografia e viaggi, sono sempre pronta a partire per poi raccontare! Mi diverto, nel tempo libero, a scrivere favole e racconti che un giorno forse pubblicherò. Il mio motto, preso in prestito dal passato, è "Sapere Aude!"

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