17 Marzo 2017 - 11:24

Dal borgo di Scala al Rifugio di Santa Maria ai Monti

Scala

Da Scala il territorio più antico della Costiera amalfitana fino al rifugio di Santa Maria ai Monti, seguiremo le tracce di S.Alfonso verso il monte Campanaro, alla scoperta del santuario affacciato sui Lattari

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A mezza costa tra mare e monti, al centro della catena dei Lattari, noncurante dello sfarzoso charme delle vicine Ravello e Amalfi, sorge Scala, silenziosa e sobria, nobile e quieta, la più antica osservatrice degli scenari mozzafiato della costiera amalfitana.

Fondata nel IV secolo, Scala nacque dalle famiglie della gens romana che, diretti sulla strada per Costantinopoli, si fermarono tra i monti della costiera per trovare rifugio da una tempesta e poi vi rimasero per sempre. Forse per gli scenari o forse per l’aria salubre che si respirava, costruirono uno dei nostri gioielli su una roccia a 400 m sul mare.

Asilo un tempo come allora, oggi è il nostro accogliente punto di partenza verso il monte Campanaro.

Dopo qualche cornetto al profumo di limone in piazza e un’occhiata agli scorci segreti del centro storico, aspettiamo le campane del Duomo di San Lorenzo per partire alla volta dei panorami più belli che sovrastano la costiera amalfitana.

Scala è un obiettivo: mette a fuoco la bellezza della Divina e la immortala dalle sue alture.

Il segreto è gettare lo sguardo da Campidoglio, la cima di Scala da cui siamo partiti, che regala la migliore immagine di Ravello e dei suoi giardini, gli aspri monti, i terrazzamenti di limoni in primo piano e sullo sfondo il mare limpido d’inverno della costiera.

Camminiamo piano e osserviamo tanto. Sono 6 km di percorso e solo 650 m di dislivello. Abbiamo tutto il tempo oggi per contemplare la bellezza.

Il vento alto tra gli ontani e le viole mammole fiorite all’ombra delle radici, preludiano la primavera.

Si avvistano asparagine e si colgono campanule e narcisi. Anche oggi ci faremo un selfie di nascosto con un fiore tra i capelli.

Lungo le scale in salita di cui abbiamo perso il conto, brandelli di antiche mura medievali sparsi tra i boschetti circostanti ci portano a ciò che resta dell’antico castello che affaccia sulla Valle delle Ferriere.

Due castelli, secondo un antico documento, ancora restano nel territorio scalese: il primo, denominato castrum Scalae Maioris, è su una vetta ad oltre 1000 metri di altezza che si affaccia sul mare di Amalfi, dove saliamo oggi per uno scatto selvaggio in bilico tra le pietre.

Le mura, il castello, sono resti di un antico tempo di splendore in cui Scala era un’importante roccaforte della Repubblica di Amalfi – le cui nobili famiglie hanno dato vita spingendosi sulle vie del mare – e principale baluardo difensivo del territorio insieme con la vicina Ravello.

Troppo vento per restare. Ci aspetta punta delle castagne, il varco dello Scalandrone e poi il rifugio con un fuoco acceso per arrostire il pane e riscaldare i broccoli di stagione.

Ancora poche scale e qualche depressione del terreno e siamo al rifugio di santa Maria dei Monti, su di un pianoro tutto per noi a 1050 m di altezza sul livello del mare.

Anche oggi pranzo di lusso nel ristorante a 3 forchette della guida di Outdoor Campania. Abbiamo enormi tavoli di legno a disposizione e il tappeto erboso per un degno pic nic. Il banchetto si riempie di colori e di profumi di prodotti di stagione. Inutile illudersi di bruciare calorie, anche oggi alla tavola degli Outdoorini c’è la con-divisione dei pani e pesci e la moltiplicazione dei kg.

Ma il locale offerto dalla natura ci rivela altre sorprese. Piano del Cerano, il giardino del nostro locale, ci porta a scendere dal ciglio orientale dell’altipiano verso Scala per mostrarci il terrazzo segreto con vista privata: Scala e Ravello che guardano Maiori e l’intera cresta dei monti del Demanio, ultime cime dei Monti Lattari prima della retrostante sella di Cava dei Tirreni, che terminano a mare frastagliandosi nel mare di Capo d’Orso.

Riconosciamo i posti dove siamo già stati: il monte Finestra, l’Avvocata, Sant’Angelo a tre Pizzi. In lontananza si scorgono i Picentini, le coste a chiazze della piana del Sele e le prime alture del Cilento.

Ma le sorprese non sono finite. Il rifugio dove siamo stati ospitava un tempo un’antica chiesetta che, danneggiata e ricostruita nel corso dei secoli, era meta di pellegrinaggio da parte dei fedeli dei villaggi limitrofi e luogo di preghiera e meditazione per Sant’Alfonso de’ Liguori.

Sant’Alfonso, uomo ancor prima che santo, aveva scelto questi luoghi percorsi da pastori per ritrovare quella quiete perduta dopo gli anni di lavoro intenso tra i diseredati delle città. Si dice che siano stati i pastori e le loro greggi – cari a questi luoghi oggi come allora – ad averlo ispirato a scrivere “Tu scendi dalle stelle”.

Ciò che resta di quel tempo sui pochi ruderi del vecchio altare una statua della Vergine che abbraccia la valle e ci osserva alle spalle.

Che esista o no un Dio, salire di quota in fondo ti avvicina al cielo.

E noi siamo ad ogni uscita pellegrini in viaggio attraverso i luoghi sacri di Madre Natura vergine.  

“Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirsi buoni e il sollievo di dimenticare le miserie terrene. Tutto questo perché siamo più vicini al cielo.”
(Emilio Comici)

 

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