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“Elle” di Paul Verhoeven è il vincitore morale del Festival di Cannes

Elle, la recensione dell’ultimo capolavoro di Paul Verhoeven in concorso al festival di Cannes 2016, con Isabelle Huppert e Laurent Lafitte

Elle di Paul Verhoeven, in concorso al festival di Cannes 2016 e tratto dal romanzo “Oh…” di Philippe Djian, racconta la storia di una donna, Michèle, a capo di una compagnia di videogiochi. Elle è una donna forte, che ha sempre usato il pugno di ferro sia in ambito lavorativo che in quello privato. La sua vita cambia inesorabilmente quando viene aggredita e violentata nella sua casa da uno sconosciuto con il passamontagna. Inizia così un’ossessiva indagine personale per scoprire l’identità del suo aggressore.

Elle è un vero capolavoro, vincitore morale dell’ultima edizione del Festival di Cannes: black comedy, dramma, horror, giallo. Un’opera che è commistione di generi e senso poliedrico di fare cinema. Isabelle Huppert, una delle più grandi attrici francesi degli ultimi vent’anni, è ben lontana dai suoi personaggi nichilisti. Sembra quasi che il regista rivisiti tutti i suoi ruoli rivitalizzandoli e per renderli macchiette grottesche (non si sente per niente la mancanza della vecchia Huppert senza mordente nella pellicola del 2001 “La Pianista”).

Ricco di perversioni, violenza e umorismo al vetriolo, la Elle di Verhoeven è una super-donna, come se la Sharon Stone di Basic Instinct si fosse calata nella Francia laica borghese contemporanea. Non basterebbero poche righe, per raccontare l’esperienza cinematografica e la profondità di temi, basterebbe solo dire che Elle è un’opera anarchica e mordace, libera da qualsiasi schema.

Personaggio quasi pasoliniano che ci ricorda il protagonista di Teorema nel concedere e concedersi, la Michèle di Verhoeven, invece, si concede per egoismo fino ad abbandonare la bramosia e la voglia di potere per cercare nel caos un ordine e una maggiore consapevolezza di se stessa e dell’essere umano.

Una lezione quasi antropologica dove l’etnocentrismo è cancellato per lasciare spazio a una comprensione maggiore dell’altro. Un capolavoro che scardina la goffaggine e l’insensatezza dei luoghi comuni e della finta politica di un popolo vittima di se stesso, vivisezionato e messo alle strette con la speranza futura di un ridimensionamento.

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