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Europeismo: scenari dopo il voto in Francia

L’europeismo liberale può concedersi un breve respiro di sollievo. Non diversamente può essere definito il risultato delle elezioni regionali francesi, chiuse al secondo turno con l’estromissione del Front National dalle istituzioni locali. Una riflessione per le democrazie occidentali

I numeri danno ragione al centrodestra dei Républicains dell’ex presidente Sarkozy, registrando invece un notevole calo dell’elettorato socialista e del suo aquilifero, il primo ministro Manuel Valls, che conquista cinque regioni (Borgogna – Francia – Contea; Centro – Valle della Loira; Linguadoca – Rossiglione Midi – Pirenei; Aquitania – Limousin Poitou – Charentes; Bretagna) , contro le sette conquistate dall’ala conservatrice (Paesi della Loira; Ile-De-France; Alvernia-Rodano-Alpi; Normandia; Nord-Pas de Calais-Picardia; Provenza-Alpi-Costa Azzurra; Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena). La Corsica va alle forze regionaliste.

L’onestà storica obbliga ad ammettere però una preoccupante vittoria strategica del FN. Una vittoria non meramente legata all’effettivo dato matematico (con percentuali nettamente in aumento rispetto alle precedenti tornate), quanto più alla nascita di un precedente di necessità, di un compromesso elettorale tra due poli programmaticamente antitetici, con i caratteri della più cruda Realpolitik.

Ancora, il trionfo dell’antipolitica anche nella “République”, con un incremento dei votanti nel secondo turno, tutte matite provenienti dalle fila del più temibile e sostenuto partito dell’europa post 2008, quello degli astenuti, accorsi alle urne non per eleggere i propri rappresentanti, ma per arginare la piena dell’ultradestra.

Impostare il focus sul calo dei consensi alle sinistre sarebbe inidoneo all’analisi in questione, così come il concentrarsi sulla ritirata dei garofani francesi verso posizioni diametralmente opposte per sbarrare il passo all’estremismo lepeniano, con la dottrina della larga intesa ormai chiaramente radicata nelle vicende costituzionali europee, tanto da dover toccare anche i confini della giacobina patria della democrazia contemporanea.

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È piuttosto innegabile oggi a qualsiasi osservatore il formarsi di un tessuto sociale neo-Weimariano, dove spinte estremiste, xenofobe e complottiste la fanno da padrone rispetto alle strutture ideologiche, definite quasi superate, e persino al mero interesse di breve termine, con l’elettorato continentale sempre più incline al seguire l’istinto e l’umana, troppo umana paura del nuovo piuttosto che itinerari razionali di partecipazione.

Una sterile dialettica tra europeismo ed euroscetticismo, che fa proprie sterili forme manicheistiche di espressione, si manifesta come prodromica allo smantellamento del percorso di unificazione degli stati e dei popoli.

Certamente, le forze democratiche e liberali, siano esse progressiste o meno, non potranno eternamente far fronte con cortine di ferro di larga intesa all’avanzata di chi, come nelle parole di Giacomo Matteotti nel 1924, vuole riportare indietro i cittadini europei, speculando sui timori ancestrali di alcune fasce di elettori.

Dovranno, piuttosto, concentrarsi sul recuperare terreno nei capisaldi dell’astensione, rispondendo ai muri ideologici e geografici della psicosi antislamista con la crescita economica, allo scetticismo nei confronti della moneta unica con un forte e libero mercato, alla veemenza dei sobillatori con la prosperità per le classi subalterne, parafrasando un’accurata analisi di “The Economist” del 12 Dicembre.

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Flavio Faccia
La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. (T.Adorno)

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