Il circuito di Punta Licosa tra mito e magia

Nel cuore del parco nazionale del Cilento, nell’aria marina protetta di Santa Maria di Castellabate c’è un isolotto con un faro, una torre sul monte e pini d’Aleppo: è l’oasi di Punta Licosa, tra mito e magia

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Così cantavano modulando la voce bellissima, e allora il mio cuore voleva sentire, e imponevo ai compagni di sciogliermi, coi sopraccigli accennando; ma essi a corpo perduto remavano.” (Odissea Libro XII)

Se le sirene fossero riuscite nel proprio intento con il loro canto ad ammaliare Ulisse e il suo equipaggio – come ogni donna anche in tempi odierni brama – non avremo avuto né l’Odissea, né le isole che oggi adornano il nostro territorio tra i mari di Sorrento e del Cilento.

Ma ebbe la meglio Ulisse e, gettatosi in mare per la beffa ricevuta, il mito perse le sirene Ligea, Partenope e Leucosia, che la leggenda ha poi trasformato in Li Galli, Capri e la nostra Licosa.

Dai fondali rocciosi e detentori di una civiltà greco-romana perduta, l’area di Licosa si staglia su 3 km di costa, tra acque limpide e l’omonimo monte.

70 abitanti circa e una pineta, 3 torri, palazzi signorili e qualche rudere del clero, alti dirupi e calette segrete, un isolotto con il fascino del faro e il suo guardiano, fanno di questo lembo una vera “oasi” di serenità e bellezza.

Appena 8 km, appaganti e panoramici, di passeggiata, per raggiungere questo tesoro a cui si arriva “solo a piedi”. Perché si sa, le mete facilmente raggiungibili sono poco appetibili.

Partiamo da un cumulo di case ad Ogliastro Cilento in un punto in cui vi è una popolare discoteca. Dai rumori immaginati del brio notturno, c’incamminiamo verso il brio silenzioso e assolato che ci accingiamo a percorrere.

Coltivazioni di ulivi in maturazione e viti pronti al rituale della vendemmia. Gli ulivi puntinano il territorio cilentano da sempre e danno alle tavole di questa terra l’elemento principe che non si fanno mancare mai.

Simbolo di pace e di rigenerazione, l’ulivo è tra gli alberi più “vicini” ai nostri cammini in mezzo alla natura, perché camminare per noi è tornare in pace con il mondo e rigenerare l’energia positiva che abbiamo dentro.

La vendemmia, che trasformerà il mosto in vino, è un evento che richiede tempo e dedizione e che, ogni anno, proclama il lavoro dei cilentani e la loro capacità di condivisione sociale nel territorio.

Le nostre ricariche avvengono qui, quando c’imbeviamo di luce, di bellezza e delle virtù della terra.

Respiriamo secondo i passi e alziamo ogni tanto il capo per rubare sfere di sole ancora da tintarella. Ogni passo in più verso il monte svela agli occhi il borgo medievale di Castellabate.

Casette arroccate degradanti verso il mare, abbracciano tutt’intorno il castello dell’Abate San Costabile, cuore del centro storico da cui si dipana un susseguirsi di stradine ciottolose, archi, brevi gradinate, palazzi antichi, tutto visibile anche dal monte dove siamo, grazie alla dominanza della “pietra grigia” che li caratterizza.

Dall’altro lato, verso sud, buttando lo sguardo in basso verso il mare, ci appare il promontorio roccioso di Capo Palinuro, “vecchio timoniere di Enea” che oggi si protende sul tirreno a strapiombo per 2 km, nascondendo tra le acque cale e grotte dai nomi bizzarri.

Tra un occhio al panorama e l’altro su dove mettiamo i piedi, proseguiamo sempre in salita verso le tre torri di avvistamento antincendio. Vecchie postazioni facenti parte dell’antico sistema difensivo di Castellabate, utilizzavano segnali di fumo per comunicare con le altre torri della fascia costiera e con il castello dell’abate.

Da qui, il passo è breve lungo lo sterrato sulla sommità del monte Licosa. Siamo sui dolci 323 metri di altezza sul mare, sul monte che, insieme con noi, controlla strategicamente sia la bellezza della costa che quella dell’interno.

Respiriamo l’aria buona del mare, quella con la quale i nostri nonni “hanno campato cient’anni” e ci riempiamo gli occhi dell’azzurro assolato.

Ai cieli tersi e ai volti vari del mare siamo abituati, ma alla bellezza che danno insieme non ci si abitua mai.

 E dopo la cima, la strada è ora tutta in discesa, ripida e rossa verso quel mare di cui andremo a godere. L’ultimo bagno dell’estate ci aspetta, o forse solo il primo di questo nuovo autunno.

Proseguiamo verso Punta Licosa tra agavi carnosi e acuminati che noi scambiamo per aloe (ma come faranno a farci la tequila?); carrubea bizzeffe” dal profumo di cacao che ghiottamente rubiamo dagli alberi per farci un carico di proteine; e poi i pini, i meravigliosi pini d’Aleppo – pianta portata dai Fenici e che qui cresce spontanea – imponenti, rigogliosi e con le pigne al seguito, che noi erroneamente confondiamo con i pini marittimi.

Insomma, ad ogni uscita abbiamo sempre troppo da imparare…

La nostra passeggiata lungo la costa profuma di sale e di macchia mediterranea e ci porta, infine, sulla punta estrema della nostra oasi.

Le calette di sassi, l’ombra degli alberi, l’acqua festosa al sole e di fronte il nostro isolotto: 160 metri di lunghezza e 40 metri di larghezza, su cui torreggia un faro e si staglia il rudere della vecchia casa del suo guardiano, testimoni in passato di numerosi inabissamenti di equipaggi.

Qui è tutto calma e leggiadria. Ci aspetta nel pomeriggio la siesta a San Marco, ma per adesso ci fermiamo sulla spiaggetta.

Le acque autunnali ci chiamano. Licosa oggi ci seduce con il suo canto d’invito al mare.

“Il richiamo del mare è un canto di sirena…”
(Nico Orengo)

 

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