Il pendolare: storia del viaggiatore-guerriero

il pendolare

Il pendolare: questa settimana aZONzo non racconterà bellissime terre ignote, ma esplorerà la difficile giornata di un anonimo pendolare

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“Paperino il pendolare” è una vecchissima storia Disney pubblicata negli anni ’70 che mi capitò tra le mani qualche mese fa. La storia, incentrata completamente sulle vicende dell’amatissimo papero, analizzava ironicamente e con grande lucidità la giornata tipo di un pendolare. Paolino Paperino è un personaggio che tutti noi conosciamo e amiamo per la sua innegabile sfiga, caratteristica che ha reso la storia quanto mai realistica nonostante l’assurdità del racconto. Come ogni vecchia storia Disney che si rispetti, la lettura mi ha dato modo di pensare ad aspetti fino a quel momento abbandonati alla routine e su cui non mi ero soffermata con attenzione. Per questo motivo nasce il racconto di oggi per la rubrica aZONzo, un racconto che vuole analizzare e documentare ogni singola sfumatura della giornata del pendolare, l’ultimo dei viaggiatori-guerrieri.

PARTE 1: L’ora in cui si svegliano gli eroi

Il pendolare esperto sa che il tempo è una componente essenziale per la riuscita della giornata, per questo la sua avventura non inizia la mattina, ma la sera prima. Sin dalle ultime luci del giorno ogni pendolare medita attentamente alla centellinata programmazione del suo tempo: a che ora andare a dormire per non essere troppo stanchi il giorno dopo, a che ora mettere la sveglia, quante sveglie mettere e a che intervallo di tempo, decidere l’abbigliamento, stirarlo e posizionarlo nei punti più strategici e facilmente individuabili della casa, 15 minuti per lavarsi, 7 per fare colazione, 3 per lavarsi i denti (come dicono nelle pubblicità), 2 minuti per mettersi le scarpe e via. In una parola: l’ANSIA.

Il nostro eroe va a dormire col sorriso, pensando che la sua innaturale sete di organizzazione questa volta lo aiuterà. Ingenuo, l’universo punisce gli ottimisti. La mattina della partenza succede sempre qualcosa di imprevedibile che causerà un progressivo e cataclismico scorrere del tempo: tre delle cinque sveglie non si sono attivate, i calzini che la sera prima sembravano dello stesso colore si sono magicamente trasformati durante la notte, il cane che vomita la pappa nelle scarpe, la cravatta nel caffè, il portafoglio dimenticato in soggiorno, la patente scaduta, il traffico, lo smog, il motorino che non si accende. Ed eccolo lì, te lo vedi passare tracotante in tutti i suoi quintali di ferro, il bus che parte a due secondi dal tuo naso.

PARTE 2: L’attesaIl pendolare

“Scusi signurì, ma è passato già il bus?”

“Quale?”

“Quello delle 8”

“Eh…ma per dove?”

“E quest’è l’Italia, nessuno sa niente!”

L’attesa è sicuramente uno dei momenti più terribili di un viaggiatore. Il pendolare, in particolare, odia aspettare perché è il momento della giornata in cui si sente più vulnerabile e inerme. Ci sono le pensiline a marcare il territorio è vero, ma assolvono più o meno lo stesso compito del nulla. Ci si potrebbe spendere anni ad analizzare tutte le azioni che svolgono le persone mentre aspettano il proprio mezzo di trasporto: c’è chi guarda l’orizzonte intensamente come fa il cane con la ciotola vuota quando ha fame, c’è chi bestemmia perché ha perso il bus per una frazione di secondo, chi fuma nervosamente, chi si nasconde, chi cerca qualcuno con cui lamentarsi della vita.

Una solo cosa è certa, non aspetterai mai da solo.

PARTE 3: La partenza, assafà!

La partenza, nonostante le premesse, è un atto davvero breve. Eppure, nella sua brevità, è il momento del viaggio in cui il pendolare sa che si scatenerà un panico a livelli quasi cinematografici e che si farà sentire più forte che mai la nostra discendenza con gli animali. In effetti, ogni mattina capita un po’ come nelle savane, quando si avvicina il cerbiatto succoso e i leoni, che prima fingevano indifferenza pura, in un attimo gli sono addosso. Il pendolare, nel momento in cui avvista il pullman, avverte un brivido. Credo sia una sorta di sesto senso che sviluppano negli anni i pendolari, sentono i feromoni del pullman o del treno a km di distanza e poi è solo un attimo: sbucano fuori dai cestini dell’immondizia, saltano giù dagli alberi, gettano via i bambolotti finti usati fino a quel momento a mo’ di agente dell’FBI sotto copertura, ti giri e sono ovunque, decine di pendolari incazzati come donne incinte che venderebbero l’anima per un posto a sedere.

PARTE 4: I posti a sedere e i loro abitanti

Il pendolare è riuscito a sfuggire alla mattanza e a sedersi. Ci si sente sempre un po’ a disagio quando si supera una vecchietta nella fila e ci si riesce a sedere. Il pendolare inesperto a volte ci pensa se cedere o no il posto, ma no, non può, nel pendolarismo non c’è spazio per i sentimenti. Quello che si deve sapere sui posti a sedere è molto semplice, negli anni i passeggeri hanno racchiuso le loro esperienze in brevi assiomi. Uno tra tutti, il più importante, nella sua semplicità racchiude il dramma collettivo del genere umano interpretato alla perfezione dalla figura di Paperino nella storia sopracitata.

Esso recita così:

“Sia a il pendolare, b il mezzo di trasporto e c il posto a sedere. Se a raggiunge c senza intoppi, con straordinaria semplicità e naturalezza, senza togliere il posto a nessuno e soprattutto se c è comodo, allora il mezzo b subirà un improvviso e inspiegabile guasto nel mezzo del nulla dell’autostrada”.

Postulato dell’assioma:

“Sia a lo stesso pendolare di prima. Se nel mezzo del nulla dell’autostrada i passeggeri saranno raccolti da un secondo pullman d, il pendolare a farò tutto il viaggio in piedi”.

Per quanto riguarda gli abitanti del mezzo, beh. I passeggeri sono il pepe della vita, sono quella costante universale che può decidere le sorti della tua giornata.

Sarebbe troppo complesso per me sottolineare ogni aspetto e ogni comportamento di un passeggero, ma mi limiterò a delineare i tre macro-gruppi per eccellenza: il passeggero perfetto, l’autista e il controllore.

Il passeggero perfetto: il passeggero (o il pendolare) perfetto non parla con te preferisce leggere un libro, non parla con chissà chi a telefono alle 6 del mattino, non si lamenta se il bracciolo non funziona e se sta dietro di te non ti prende a pugni e calci se la tua poltrona è inclinata di 1° causando lo schiacciamento delle sue assurde ginocchia, non spalanca la finestrella il 4 di dicembre, non ti frega il posto in un momento di debolezza, non ti si addormenta o sviene addosso, non mangia un kebab affianco a te, non ti racconta le sue storie di guerra e soprattutto se non è riuscito a trovare posto non ti guarda con aria affamata per tutto il viaggio. In pratica, salvo qualche eccezione, il pendolare perfetto non esiste.

L’autista: gli autisti sono i re della montagna, sfidano lo spazio-tempo, le intemperie e seguono una strana logica di percorrenza basata sul clima. Se piove vanno di fretta, ti fanno arrivare la colazione in gola e ti fanno recitare il rosario, se è bel tempo, invece, si godono il panorama.

Il controllore: tutti i controllori da piccoli sognavano di dominare il mondo. Esercitano un potere e una carica sessuale indefinita su chiunque, uomo-donna-bambino-bambina. Sono le Parche della burocrazia italiana e manovrano i fili della tua esistenza, motivo per cui sono tra i predatori più potenti e temibili del mondo animale.

PARTE 5: La contemplazione dello spazio e L’arrivo

La contemplazione del panorama è uno dei motivi per cui “il pendolare” non ha ancora surclassato “il dentista” nella lista delle professioni con più alta concentrazione di suicidi.

In effetti, lo spazio è quello che dà il senso del viaggio. Certo, i pendolari visti da lontano o dall’alto sfrecciano come delle trottole impazzite, entrano in questi enormi conglomerati di ferro e in, più o meno, breve tempo percorrono uno tragitto da un punto A a un punto B. Non è affascinante, non è bello, ma è pur sempre un viaggio. E poi pensateci, ci sarebbe la città senza i pendolari?

La contemplazione dello spazio inizia, innanzitutto, alle stazioni ferroviarie o dei pullman. Genericamente le stazioni ferroviarie sono quelle che più colpiscono il pendolare emotivo, per le loro spazialità e forme malinconiche, per essere scure e grigie anche di primavera, per essere luoghi d’incontro anche senza nessun tipo di dialogo. A volte li si immagina come degli enormi Stargate (i varchi spaziali verso altri mondi), che si snodano nelle periferie urbane tramite le strade e i binari e che ci permettono di assistere all’evoluzione dei luoghi. In particolare nella tratta Salerno-Napoli che compio ogni giorno (ebbene sì, alla fine lo ammetto, sono una pendolare anche io) è particolarmente affascinante osservare i luoghi che cambiano, sia all’andata che al ritorno. Il pendolare osservatore, quello che guarda fuori dal finestrino, vede sotto i suoi occhi le stratigrafie delle città, vede una costiera colorata trasformarsi in una periferia degradata e progressivamente lo stato di abbandono si palesa nel suo grigiore sullo sfondo di un paziente Vesuvio. Il ritmo delle strade si fa più incalzante, si alternano gallerie, cavalcavia, discariche abusive, cantieri abbandonati, ruderi e ogni tanto qualche sprazzo di verde. L’aspetto più affascinante dell’abitudinarietà del pendolarismo, è che alla fine il pendolare impara a capire la lontananza dalla destinazione non dai cartelloni, ma da piccoli dettagli che lo colpiscono: uno spaventapasseri vestito da donna in un campo di grano, una chiesa dal tetto a forma di cappello, campi rom, baracche, stagni, caprette che saltellano sulle montagne e una particolare curva dell’autostrada.

Alla fine si arriva a destinazione e il pendolare respira, perché per quanto possa essere un’esperienza formativa, a volte così grottesca da sembrare divertente, la vita per il pendolare è malinconica. Si è destinati a guardare qualcosa da un vetro troppo spesso sporco, a vedere sempre gli stessi volti fino a etichettarli come “compagni di viaggio” senza mai conoscerli davvero, a vivere un viaggio in bilico tra due città senza sapere a quale si appartiene e il resto della giornata solo come un’attesa del ritorno.

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