Ilva, ovvero il gioco delle tre carte senza badare ai lavoratori

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L’Ilva si rende ancora una volta protagonista in negativo nel nostro Paese. A rischiare più di tutti, sono al solito i lavoratori dello stivale

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L’Ilva, il colosso della siderurgia italiano, da sempre si è rivelato croce e delizia (poche volte a dire la verità) delle (s)fortune nazionali.

Con il passaggio di attività dal gruppo Riva a quello formato da ArcelorMittal e Gruppo Marcegaglia – denominato Am Investco Italy – la situazione del polo industriale non solo si è totalmente deteriorata ma ha anche raggiunto livelli che sfiorano il grottesco.

Dopo la cessione avvenuta nel mese di giugno, sbandierata come vittoria dal Ministro dello Sviluppo Economico Calenda, le condizioni dei lavoratori – escludendo tutta la questione ambientale, che merita un approfondimento a sé stante – si sono sempre più appiattite sulle convenienze di turno.

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Tutto ciò è emerso chiaramente a seguito della mobilitazione organizzata dalle sigle sindacali che evidenziano come il progetto delle nuova proprietà investa tanto il taglio di 4.000 unità quanto la riassunzione del personale con le nuove regole dettate dal Jobs Act (con relativa riduzione e blocco di anzianità oltre che totale assenza dell’art-18, proprio come previsto dalla riforma del lavoro).

Le problematiche rimarcate in tutti gli stabilimenti Ilva dello stivale hanno portato anche ad una reazione del Ministro Calenda – con la richiesta dello stesso di rispettare gli impegni presi, non specificati attualmente, alla nuova società – che, però, si raffigura, anche in questo caso, come il più classico gioco delle tre carte.

In sostanza, i passaggi fondamentali nella vicenda sono tre:approvazione Jobs Act, assegnazione dell’Ilva a Am Investco Italy e attuazione piano industriale.

In pratica, seguendo un iter temporale che prende piede dall’approvazione da parte della maggioranza parlamentare, di cui è espressione – seppur incerta politicamente allo stato attuale – lo stesso Calenda, del Jobs Act si è arrivati ad una conclusione più che scontata in cui tra i tre protagonisti della vicenda (Stato, Gruppo imprenditoriale e lavoratori) si è formata una cordata immaginaria che ha messo totalmente in secondo piano il lavoro e le condizioni dei lavoratori.

L’Am Investco Italy non ha fatto altro che seguire le regole imposte dallo Stato sul lavoro, in maniera forse un po’ troppo furbesca chiaramente, ma la controparte, Il Ministero, non solo non ha ascoltato le preoccupazioni dell’Antitrust UE e dei tecnici prima dell’assegnazione al gruppo – che lamentavano un’incoerenza negli investimenti e una mancanza nella documentazione – ma negli anni ha fornito tutti gli strumenti affinché le aziende più furbe si comportassero come sta accadendo ora.

Il cambio delle regole in corsa, quindi, è la cosa più ovvia che potesse accadere mentre questo rimbalzo di mosse da scacchisti, che ancora una volta non considera la posizione di chi ci lavora dentro gli stabilimenti – con gli operai condannati ad una risoluzione al ribasso in ogni caso – , gioverà esclusivamente alla visibilità, elettorale data la vicinanza con le consultazioni del 2018 da un lato ed aziendale dall’altro, degli altri due soggetti in causa.

Nel marasma generale, infine, ne usciranno sconfitti – come spesso e volentieri capita nel nostro Paese – i lavoratori, il cui destino è legato all’accettazione di condizioni comunque non ottimali, data la presenza di regole introdotte da chi ora difende le condizioni dei singoli, oppure al ritiro del gruppo, cosa non del tutto improbabile, che porterebbe ad una nuova contrattazione ed al ripristino di un circolo vizioso fondato sull’apparenza.

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