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Jobs Act, l’intervento della Corte Costituzionale nel silenzio generale

Il Jobs Act sottoposto all’occhio vigile della Consulta. La possibile cancellazione del provvedimento, alla base della politica renziana, passa nel silenzio generale

E’ stata fatta passare nel silenzio assoluto, quasi fosse un intervento da niente.

Eppure, ciò che è accaduto nelle ultime 48 ore sul tema lavoro potrebbe rivoluzionare lo schema tanto caro all’attuale, e scorsa (che lo partorì), maggioranza di governo.

Grazie ad un ricorso per via incidentale, dove è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale durante un procedimento presso il Tribunale del lavoro di Roma, il Jobs Act è stato rimesso al vaglio della Consulta.

Primarie PD
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In base alla pregiudiziale portata all’attenzione dall’avvocato Carlo De Marchis Gomez, il Jobs Act andrebbe ad intaccare la Costituzione negli articoli 3, il 4, il 35, il 76 e 117 (inerenti, rispettivamente, principio di uguaglianza, diritto al lavoro, la funzione legislativa e il rispetto dei vincoli internazionali), con un particolare riferimento al primo, a causa dell’indennizzo post licenziamento che realizza una vera e propria diseguaglianza di trattamento fra gli individui.

Oltre al terremoto che il ricorso ha prodotto nel nostro Paese, concretizzando quelle perplessità che erano state rese noto già due anni fa, ci sono due elementi specifici che impongono una seria riflessione sull’argomento.

In primo luogo, ciò che desta maggiore sbigottimento è il generale silenzio dei media (escludendo Il Fatto quotidiano, unico a riportare la notizia al momento) su un tema vitale per la nostra Nazione.

Questo dato, che porta a considerare un blocco di notizie voluto sull’accaduto, rende evidente un imbarazzo in merito alla questione che si cerca, quanto più possibile, di nascondere in nome di una presunta bontà del provvedimento, mai rivelata agli italiani.

A tutto ciò, inoltre, si ricollega anche l’aspetto prettamente politico.

Da parte di Poletti e di Renzi, fieri padri del Jobs Act, non si è avuta alcuna dichiarazione in merito, snobbando in un certo senso un “incidente” di percorso sulla via della peggior riforma del lavoro.

Il no comment, o meglio il non considero proprio, dei due evidenzia non solo un imbarazzo per una possibile bocciatura della riforma base di tutta la politica renziana ma anche un piano per abbassare i toni dell discussione, in modo da passare al contrattacco solamente dopo la pronuncia – che ci sarà in un lasso di tempo compreso tra i 6 mesi ed 1 anno – e quindi dopo il periodo elettorale.

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