Jobs Act e mercato del lavoro, ovvero come ti prendo in giro passando per buono

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Il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti

Il Jobs Act anima l’arena politica di questi giorni. Nello scontro interno al Pd, però, nessuno considera realmente le conseguenze di uno dei provvedimenti più catastrofici dell’era contemporanea

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Una delle maggiori teorie del filosofo greco Eraclito, vissuto fra il 535 e il 475 A.C., è quella del panta rei (tutto scorre) in cui si esplicitava il tema del divenire, in contrapposizione con la teoria dell’essere di Parmenide. Secondo questa concezione, l’uomo non può mai fare la stessa esperienza per due volte dato che ogni individuo, nella sua realtà apparente, è sottoposto alla legge inesorabile del mutamento.

Questa particolare attitudine al mutamento è riscontrabile anche nella nostra realtà dove, a seguito del terremoto referendario, si è creato un “vorticoso mutamento” dei rappresentanti su uno dei temi più discussi, e criticati, d’Italia: il Jobs Act.

La riforma del lavoro, che ha creato un cataclisma tanto nella (in)stabilità degli italiani quanto nelle possibilità di programmare una “vita normale”, ha fatto emergere una vera e propria lotta, tutta interna al Pd, che non solo sbeffeggia l’intera working class italiana ma cerca, in ogni modo, di riabilitare tutte quelle figure artefici di questo disastro dei giorni nostri.

In barba a quanto fatto in sede di approvazione, le due anime principali del partito di maggioranza relativa si trovano in una situazione di muro contro muro che, in questo momento storico, danneggia solamente i poveri, bistrattati, italiani.

In questa ennesima lotta fratricida, lo scontro principale si ha fra il confermato Ministro del Lavoro Poletti, fiero autore ed esecutore del Jobs Act, e la minoranza dem.

Considerando l’attuale responsabile del Dicastero, si può dire che le esternazioni sul probabile referendum, chiesto dalla CGIL con 3,3 milioni di firme, hanno reso perfettamente il piano dell’ala maggioritaria del Pd.

Consapevoli di un’ulteriore debacle referendaria (forse anche peggiore di quella del 4 dicembre), i renziani, o ciò che ne rimane dopo la vittoria del No, sono disposti a tutto, elezioni politiche comprese, pur di evitare la cancellazione della riforma di punta dopo il Ddl Boschi.

In questo modo, ignorando ancora una volta la difficile realtà italiana, l’effetto che si andrebbe a creare sarebbe ancor più sfavorevole ai “piddini” che, arroccati sull’arrogante concezione di avere ancora fra le mani il 40% di consensi (in base ad un “perverso” conteggio derivante dai Sì al referendum costituzionale), credono ancora di poter essere talmente vincolanti da “fare e disfare” le regole del gioco in ogni occasione.

Dal versante opposto, invece, la concezione della minoranza del partito, a seguito delle dichiarazioni di Roberto Speranza, è ancor più imbarazzante di quella di Poletti.

Infatti, mentre il Ministro conserva una determinata coerenza dettata da idee (condivisibili o meno) portate avanti dal suo gruppo, la “sinistra riformista” cade, come è accaduto in tre anni di Legislatura, nel solito gioco de “l’ultima volta”.

In pratica, percorrendo l’iter del Jobs Act, si evince che la stessa riforma è stata legittimata, seppur criticata, in Parlamento da tutti gli esponenti dem e solo in apparenza contrastata nella realtà.

Data la paradossale situazione, che si mostra spesso quando si parla di minoranza dem, la domanda che sorge spontanea è: se il provvedimento non era del tutto conforme ai canoni del gruppo, che motivo c’era di approvare la riforma? Forse per quella fiducia, posta diverse volte dal Governo, che avrebbe determinato la fine della Legislatura e la, probabile, uscita dalle “stanze dei bottoni”?

La discussione sul Jobs Act riapre il tanto caro, al Pd, vecchio teatrino della politica dove, ignorando chi realmente sta subendo i danni di questo “penoso” provvedimento, ci si scambiano “battute” sulla bontà o meno della riforma, senza effettivamente fare qualcosa di concreto.

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