King Arthur – Il potere della spada, tra storia e leggenda

King Arthur

Guy Ritchie con King Arthur ridisegna la figura leggendaria di Artù, misero uomo inconsapevole del suo destino, protagonista di un’opera senza pretese

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Il britannico Guy Ritchie torna dietro la macchina da presa in una veste a lui inconsueta dirigendo un fantasy d’avventura, King Arthur – Il potere della spada, solo apparentemente lontano dal genere a cui ci ha abituato. Il regista, pur affrontando un tema inflazionato e più volte rivisitato, riesce abilmente a non snaturare il proprio stile e a marchiare il prodotto con la sua indistinguibile impronta ottenendo un risultato che, seppur non entusiasmante, si può definire soddisfacente.

La trama

Il sovrano Uther Pendragon (Erica Bana), padre di Arthur (Charlie Hunnam), viene spodestato da suo fratello Vortigern (Jude Law). Il piccolo Arthur è costretto ad abbandonare Camelot e a crescere nei peggiori quartieri della città di Londinium. Diventato ormai un uomo, Arthur si rende conto, di colpo, che il destino scritto per lui è ben diverso da come lo aveva immaginato fino ad allora; estrae dalla roccia la mitica spada, inizia a scavare nel suo passato e si prepara a fare i conti con lo zio usurpatore.

Artù nel mondo di Ritchie

Ricthie intride il suo King Arthur di azione forsennata, comicità, magia e una piccola dose di epicità. Un pizzico di dramma riesce ad accattivare lo spettatore fin dal prologo che vede protagonisti il re Uther e il suo malvagio fratello Vortigern. L’allontanamento da Camelot e il conseguente arrivo a Londinium del piccolo Arthur rappresentano l’ingresso ufficiale nel mondo proprio del regista.

La città in cui cresce Arthur è un concentrato di miseria, malavita e decadenza in cui è ancora percepibile negli stili delle case e nei resti architettonici la passata occupazione romana. Arthur è un delinquentello che si forma tra i peggiori vicoli di Londinium, il classico criminale di bassa lega che insieme alla capitale inglese costituisce figura portante delle opere di Ritchie.

La velocità dell’azione, la breve durata delle riprese, le ellissi e i continui flashback e flashforward mai esasperanti sono un’altra consueta arma vincente a cui Ritchie difficilmente rinuncia. Il ritmo è dunque buono, mentre una certa leggerezza/superficialità della sceneggiatura potrebbe far storcere un po’ il naso. E’ però evidente che si è di fronte ad un’opera che vuole solo intrattenere, riuscendoci per buona parte, e non indurre a riflessione.

Il film oscilla continuamente tra racconto semi storico e il mito, con l’aspetto magico che assume un ruolo importante soltanto per materializzare gli animi dei personaggi. La trama rispetta perfettamente tutti i canoni propri del cinema di Ritchie e di quello classico in generale, rinunciando a improvvisi colpi di scena o cambi repentini nel susseguirsi delle vicende che scorrono lisce e prevedibili ma senza annoiare lo spettatore.

Il cast

Niente di esaltante la prova di un ormai lanciatissimo Charlie Hunnam nei panni di Arthur, personaggio che cresce nel degrado e il cui progressivo elevarsi appare comunque inevitabile, e vede il suo apice nell’estrazione della leggendaria spada Excalibur. I personaggi che ruotano intorno ad Arthur sono abbastanza numerosi e per questo privi di una soddisfacente caratterizzazione.

Vani i tentativi del regista britannico di creare un legame emotivo tra essi e il pubblico. Piuttosto riuscito l’odioso villain Vortigern, interpretato da Jude Law, seppur non caratterizzato in maniera decisa. La sua vita di usurpatore del trono viene trascorsa tra gli enormi e sfarzosi saloni del castello di Camelot e i sotterranei bui e tetri dell’edificio che si fanno simbolo del lato viscido e crudele del re, a cui quest’ultimo fa ricorso per ordire i piani più subdoli.

Con King Arthur – Il potere della spada Guy Ritchie porta sullo schermo l’ascesa eroica di un uomo alla ricerca del proprio passato e destinato a grandi cose. Cullandosi sulle numerose incertezze che tutt’oggi vi sono circa la veridicità storica di re Artù, il regista si sente libero di donare alla sua pellicola sia un marcato tratto pseudo storico sia uno mitologico, fatto di magia e di esseri soprannaturali, semidivinità della natura che agiscono nelle vicende umane. Non mancano clamorose citazioni di capolavori fantasy, soprattutto Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, che tanto ha lasciato in eredità al genere. Sicuramente non tra le migliori opere del regista britannico, King Arthur si rivela comunque un’esperienza piacevole tenuta su da un ritmo incalzante e dalle caratteristiche tipiche del cinema ritchiano.

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