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Laicità dello Stato o segnali di inciviltà strisciante?

Dal principio di laicità dello Stato all’inciviltà strisciante di una Nazione patria del diritto

Dalla lettura sistematica delle disposizioni costituzionali (art. 2, 3, 7, 8, 19, 20), che la corte costituzionale ritiene direttamente inerenti alla questione religiosa, lo Stato Italiano si delinea come Stato laico. Uno Stato democratico e pluralista che in quanto tale non riconosce una religione di Stato ma si pone in posizione di imparzialità ed equivalenza rispetto alle diverse scelte spirituali presenti nell’ordinamento. Ma la linea di confine tra laicità di Stato ed inciviltà strisciante di una Nazione è molto sottile.

Ma facciamo un passo indietro. Si sente parlare per la prima volta di laicità nell’ormai lontano 1989 quando la Corte Costituzionale la menziona esplicitamente nella sentenza 203/1989. Da allora tale sentenza fu il punto di riferimento per i successivi interventi della Corte sul tema in esame.

Ma se da un lato tale principio, nel nostro ordinamento, rientra nei valori costituzionali inderogabili, non suscettibili di revisione costituzionale in quanto, come affermato dalla corte costituzionale, È “uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica“, dall’altro rappresenta un fortissimo limite valicando il confine dell’inciviltà di una Nazione che dovrebbe essere la patria fondatrice del diritto per eccellenza.

Seguire la vicenda di dj Fabo e tanti altri casi mediatici analoghi mette alla luce “l’inciviltà giuridica” di una Nazione. L’inerzia italiana su tutta una serie di tematiche fondamentali in uno Stato di diritto, laico è inconcepibile. La libertà di realizzazione dell’individuo (inclusa l’autodeterminazione in ambito medico) non dovrebbe essere tale in presenza di tutti i divieti che ancora esistono.

La presunta laicità a cosa ha portato? Solo ad un chiaro segno di fallimento ed inciviltà producendo un fenomeno che si potrebbe definire “turismo del diritto”. Sembra quasi un’assurdità, ma da anni gli italiani migrano in altri Paesi per sposarsi, per divorziare, per fare figli e persino per morire.

Un chiaro segno di fallimento, inaccettabile per una Nazione che era (e dovrebbe essere) la culla del diritto per eccellenza.

 

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Federica Gatto
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