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Minigonna: storia, evoluzioni ed interpretazioni della liberazione femminile

La minigonna è stato, dapprima nei ruggenti anni ’20 e poi durante i ’60, un emblema dell’emancipazione femminile. È diventato un fenomeno di costume occidentale ed un grande messaggio di libertà, ma strumentalizzato dalla mentalità maschilista

Minigonna: per molti tratto distintivo della femminilità, per altri (e soprattutto altre) di rivoluzione e liberazione sessuale. La sua maternità è stata attribuita a diversi personaggi, ma la più accreditata è stata sicuramente Mary Quant, una stilista gallese di adozione britannica, che ha accorciato i tempi e la stoffa, lanciando una moda che ha preso le forme adolescenziali della modella Twiggy.

 Scandalosa, provocatoria ed irriverente, la minigonna scopre le donne all’inizio degli anni ’20, quando gli abitini cominciano ad accorciarsi maliziosamente sopra il ginocchio, per poi proseguire durante il movimento dello Swinging London negli anni ’60, ovvero un movimento culturale caratterizzato da edonismo e positività, dovuti alla ripresa del dopoguerra.

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Minigonna: storia, evoluzioni ed interpretazioni della liberazione femminile

Una bandiera dal significato controverso, tuttavia, osteggiata in seguito da diverse femministe, ma che è stata reinterpretata durante il corso della storia da grandi nomi della Moda, come Coco Chanel e Cristian Dior, i quali la bollarono come una meteora.

Che sia in versione romantica, grintosa, a balze o a tubo, questo indumento ha liberato il corpo delle donne da inutili costrizioni come busti di stecche di balena, lacci, calze ed intimo ingombrante, per dare loro la libertà di mostrare la bellezza del proprio corpo abbandonando canoni estetici non solto inverosimili, ma persino pericolosi (si pensi agli innumerevoli svenimenti ai quali andavano soggetti le donne causati, si pensa, dalle oppressioni dei bustini che non lasciavano respirare adeguatamente).

Il suo significato di libertà però, al giorno d’oggi, viene interpretato secondo gli odierni canoni estetici, allo stesso modo violenti ed insensati, come perenne disponibilità. Purtroppo c’è chi usa la minigonna come attenuante per gli stupri, addirittura per colpevolizzare la vittima perché troppo bella e provocante. Oppure con la classica frase lapidaria “Era in minigonna? Se l’è cercata!”

 Le donne dovranno lottare sempre e comunque per affermare la propria libertà di esistere, indipendentemente dai gusti estetici e dalle mode, e non la si può ritorcere contro di loro, come un’arma a doppio taglio. La libertà non deve essere un ricatto, un gradino sul quale salire per la prevaricazione, ma un ponte sul quale gli uomini possano camminare insieme a delle donne felici. Anche in minigonna.

 

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About Grazia De Gennaro

Grazia De Gennaro
Classe 1987, si è laureata in Sociologia presso l’Università degli Studi di Salerno, conseguendo la laurea di Primo Livello. Ha poi ottenuto una certificazione di frequenza per il corso di addetto/responsabile Ufficio Stampa, acquisita presso Salerno Formazione. Ha partecipato a diversi concorsi letterari tra cui quello dell'estate 2015, che le è valso un Primo Premio. I suoi interessi sono Arte e cultura in genere, ed è un'attivista femminista e sostenitrice dei diritti LGBTIQ ,Il suo sogno nel cassetto è diventare giornalista e scrittrice.

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