Al momento del controllo del passaporto, il meticoloso addetto alla sicurezza nota che sul documento di Alessandra ci sono numerosi visti di paesi arabi, compreso quello della Libia. Ed è qui che le maglie della burocrazia avvincono la giovane italiana, che dopo pochi minuti si vede ammanettata e condotta in una stanza insieme ad altri sconosciuti, con il divieto assoluto di parlare, il tutto dopo essere stata privata degli effetti personali.
Dopo una mezz’ora di attesa, senza sapere cosa stesse succedendo, la giovane viene condotta un uno stanzino e interrogata sui suoi spostamenti degli ultimi dieci anni, sui luoghi dove ha abitato e che ha frequentato, e sui viaggi che ha compiuto fino a quel momento che, a quanto pare, alla polizia di frontiera americana sono parsi oltremodo sospetti.
Per coloro che hanno il compito di far rispettare il Muslim ban, nonostante la giustizia americana abbia invalidato il decreto, i suoi ripetuti spostamenti tra Iran e il Sudan sono sembrati alquanto anomali. Per scavare nella vita della presunte terrorista, i poliziotti hanno sbloccato il suo smartphone ed esaminato il contenuto in ogni dettaglio, in barba a tutte le più basilari norme sulla privacy.

Oltre al danno la beffa

Morale della favola: Alessandra si è vista annullare il permesso che esclude i cittadini europei dal bisogno di un visto per gli Usa (ESTA), e dopo ricevuto un visto provvisorio per poter lasciare il Paese, ha anche dovuto pagare un altro biglietto, dal momento che tutto questo caos le aveva fatto perdere la coincidenza.

La beffa più grande è arrivata quando le autorità americane le hanno presentato il conto per il loro “disturbo”: 2850 dollari per il tempo che la giovane italiana ha fatto perdere alla polizia di frontiera.