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“L’oro di Napoli”, di Giuseppe Marotta

L’oro, per rilucere, richiede una certa distanza: solo così l’occhio umano potrà saziarsi dei mille bagliori che vi si irradiano

Già, proprio come accade con l’albero di limoni di Montale: è solo nelle città rumorose e, quindi lontano dalla campagna, che dal malchiuso portone possono scoppiare le trombe d’oro della solarità.

E Giuseppe Marotta, da Milano, da una città e da una condizione economica per molti versi opposte a quella di vicoli e stenti di Napoli, riesce a catturare e a capire l’oro di Napoli dell’immediato dopoguerra.

L’oro è il pane con sale e olio a cui si ricorre quando tutto è perduto: finito il denaro, finito il credito, finite le avemarie, infatti, resta soltanto la poesia del pane con sale e olio.

L’oro!

E come non trovarlo pure nelle pizze a giorno a otto che don Rosario Pugliese prepara gonfie di fondente ricotta e non prive di qualche truciolo di prosciutto in Vico Lungo Sant’Agostino? Si mangiano adesso e si pagano solo fra otto giorni, circostanza, questa, che incoraggia, stimola e potenzia il consumatore. E sì perché, a ben vedere, in otto giorni possono accadere tante cose, non ultima la morte, senza eredi, dello stesso pizzaiolo.

E oro è pure il brodo di polipo di don Gennarino Aprile in cui c’è solo un frammento di polipo che sarebbe opportuno sputare prima di andare a letto ma che, all’occorrenza, si può ricominciare a masticare anche l’indomani mattina e per sempre, in saecula saeculorum: insomma, chiosa un divertito Marotta, il frammento di polipo è il verace antenato del chewing-gum americano.

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E come, poi, non rivestire d’oro il culto dei napoletani per gli spaghetti? E già, perché, chi entra in paradiso da una porta, non è nato a Napoli dal momento che, il napoletano, il suo ingresso trionfante nel palazzo dei palazzi lo fa solo scostando delicatamente una tendina di spaghetti.

Ma…

Ma l’oro di Napoli è anche il guappo che era un criminale e non lo era. Più che mettersi fuori dalla legge egli le opponeva una sua legge; e lo sberleffo di don Pasquale Esposito? D’oro, anch’esso, si capisce, soprattutto nella sua distinzione tra pernacchio (forte o debole, lungo o corto, massiccio o sdutto, aquilino o camuso ma è sempre maschio, ma è costruttivo e solerte, ma insomma lavora) pernacchia che è molle e pigra, tumida, bianca, sdraiata; insomma, come un’odalisca sui tappeti: femmina.

Aurea, di poi, è la nonna dello scrittore che, se le avessero fatto l’autopsia, le avrebbero trovato una spina dorsale fatta di grani di rosario, sette poste e misteri, così come la gobba di don Ignazio Ziviello che si vanta di tenerci, lì dentro, un angelo custode chiuso a chiave.

Ma anche l’amore a Napoli, capace di generare un figlio dalla prima guagliona con cui ci si è fatto l’amore ben tredici anni addietro, è d’oro; così come lo è la verde e accigliata Porta Capuana, palpitante tra i vapori diffusi dalle immense teglie delle friggitorie. E i Quartieri che Dio creò per sentirvisi lodato e offeso il maggior numero di volte nel minore spazio possibile? Certo che son dorati, ci mancherebbe!

L’oro di Napoli, inoltre, non risparmia nemmeno le divinità: la mamma schiavona di Montevergine, dove gli squarcioni, tra una preghiera e un voto, fanno a gara a chi ostenta più lusso; San Giuseppe, che nel mese di giugno,  siede con gli scugnizzi sul marciapiede o sulla stanga di un carretto di cocomeri o su una ringhiera o su niente.

Nella Napoli d’oro di Marotta, raccontata senza stereotipi o stupido folklore, senza pietismo e senza retorica ma solo con sentita partecipazione, è d’oro la stessa Morte perché ogni uomo, a Napoli, dorme con sua moglie e con la morte; in nessun paese del mondo la morte è domestica e affabile come laggiù tra Vesuvio e mare.

 

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About Vincenzo Benvenuto

Avvocato e scrittore. Curatore del blog deambulandosolvitur Collaboratore ZON da settembre 2014.

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