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PD: scissione sì, no, forse

Il PD, immerso nelle beghe interne, riesce ad aumentare la disaffezione dei cittadini nei confronti della forma partito

Sin dalla sua nascita, nel 2007, il PD è stato un partito fondato, più che sulla celebre fusione a freddo, sulla divisione a causa della nascita dapprima delle correnti interne e poi dell’intero contenitore di centrosinistra.

Questa peculiarità, che di certo non ha favorito l’organizzazione negli anni, si è resa totalmente protagonista durante l’ultima settimana, tanto da paventare una possibile scissione in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Infatti, i distinguo del trio Emiliano – Rossi – Speranza, candidati alla segreteria per la minoranza, le posizioni nette dell’ala maggioritaria e la nascita del nuovo gruppo Orlando, affiancato da Damiano e Cuperlo, fanno ben intendere che il PD sia arrivato definitivamente al capolinea.

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Senza entrare nel merito della questione che divide le tre fazioni, sono presenti alcuni specifici elementi che permettono di concepire le “beghe” democratiche come una vera e propria partita a poker, in cui gli uni aspettano, trepidanti, il rilancio degli altri per rispondere al contrattacco.

Andando per ordine, e distinguendo le vicende istituzionali da quelle partitiche, si possono individuare due punti che, sostanzialmente, descrivono la situazione creatasi.

Il primo, di marca istituzionale, riguarda tanto la “tenuta” del Governo Gentiloni quanto il “pacchetto” di riforme di stampo renziano portate avanti dallo stesso esecutivo.

La diatriba fra i big del Pd impone un’ampia riflessione su ciò che accade nelle stanze dei bottoni, in quanto, se è presente una divisione tale nel partito di maggioranza relativa, ciò che ci si domanda è: come è possibile portare avanti una Legislatura, forzando di non poco sulla vita della stessa, se la si pensa in maniera diametralmente opposta?

A questa paradossale situazione, in cui la popolazione risulta la più penalizzata dalle decisioni degli organi collegiali stessi, se ne aggiunge un’altra che riguarda la credibilità in termini politico/partitici.

Quello che in sostanza non si comprende è che, scissione o meno, la lotta fratricida PD ha avuto il merito di creare solamente una maggiore disaffezione nazionale verso il sistema dei partiti, in un periodo in cui questa forma organizzativa è in crisi totale.

La tesi in questione, chiaramente non del tutto scontata ma desunta dai fatti, ha radici molto più lontane, spesso poco considerate a livello nazionale, riscontrabili nel tessuto locale e regionale dove l’unione e la divisione delle parti, spesso legata ad un singolo notabile cittadino, rende l’intera organizzazione un “potentanto” a sé stante più che un mezzo a disposizione dei cittadini.

Di fronte a questo tipo di distorsione partitica, quindi, neanche la formazione di nuovi gruppi, dettati dalla tanto decantata scissione, renderebbe la vita facile ai propri ideatori a causa del programma in continua evoluzione portato avanti dagli interpreti in base a convenienze del momento.

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