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Torna sul grande schermo “Manhattan”, il capolavoro di Woody Allen in versione restaurata

Weekend cinematografico da cerchiare in rosso sul calendario per i fan di Woody Allen; al cinema la versione restaurata del capolavoro “Manhattan”

Torna sul grande schermo uno dei più importanti capolavori della cinematografia moderna; da giovedì 11 maggio, infatti, nelle sale italiane fa nuovamente il suo ingresso trionfale “Manhattan”, la pellicola del 1979 di Woody Allen che valse al regista newyorkese premi e riconoscimenti ad ogni latitudine.

Il film-omaggio a New York è stato presentato dalla Cineteca di Bologna nell’ambito del suo progetto “Il cinema ritrovato”.

“Manhattan” intreccia le vicende dello stesso Woody Allen, nei panni dell’autore televisivo Isaac Davis, a quelle di un vortice di personaggi femminili, interpretati da Diane Keaton, Maryl Streep e una giovanissima Mariel Hemingway, nipote di Ernest Hemingway.

Film di culto – tra i tanti firmati da Woody Allen -, “Manhattan” raccoglie, attorno a un fascino visivo struggente, alcuni episodi memorabili del suo cinema, a partire da quell’elenco, dettato al registratore, delle cose per cui valga la pena vivere: una girandola di suggestioni che, da Mozart a Louis Armstrong, da Flaubert a Groucho Marx, compongono l’universo Allen.

Il film è caratterizzato da un bianco e nero indimenticabile e dalla scelta del formato panoramico.

Il film

Woody Allen
Woody Allen e Mariel Hamingway sul set di “Manhattan”

Isaac Davis è un autore televisivo di 42 anni che abita a Manhattan.

Ha appena divorziato dalla sua seconda moglie, Jill, che l’ha lasciato per un’altra donna, Connie, e che sta scrivendo un libro su quel matrimonio fallimentare.

Isaac, a sua volta, frequenta una ragazza di 17 anni, Tracy, in una relazione che egli immagina breve, a causa della differenza di età.

Il suo migliore amico, Yale, sta attraversando un periodo difficile perché, pur essendo sposato con Emily, si è affezionato a un’altra donna, Mary, una giornalista divorziata. Isaac la incontra a una mostra fotografica e ne ricava una prima impressione di donna troppo sofisticata, saccente e pedante.

Durante una discussione sul luogo di lavoro, Isaac si licenzia. In attesa che il libro che sta scrivendo venga pubblicato, decide di risparmiare cercando un nuovo appartamento, più economico.

A una festa incontra nuovamente Mary, e comincia a stringere amicizia con lei che, nel frattempo, è indecisa fra l’amore per Yale e il desiderio di non rovinarne il matrimonio.

A Tracy viene offerto di studiare alla scuola d’arte drammatica di Londra, e vorrebbe andarci con Isaac.

Questi declina l’invito sapendo che quella relazione non potrà durare.

Proprio per questo motivo, incoraggia la ragazza a cogliere l’opportunità. Yale lascia Mary perché ritiene il loro rapporto una strada senza uscita; lei allora, col pretesto di cercare qualcuno che la consoli, frequenta Isaac sempre più spesso, finché i due s’innamorano.

Isaac, a sua volta, decide di troncare la sua relazione con Tracy, che ne rimane sconvolta e amareggiata.

Qualche mese dopo, Mary informa Isaac che ha intenzione di lasciarlo, poiché sta ricominciando a frequentare Yale, il quale ha lasciato sua moglie.

Riflettendo, Isaac si rende conto di quanto gli manchi Tracy e, infine, si risolve a raggiungerla di corsa a casa sua. La incontra mentre si sta accingendo alla partenza per Londra.

Le chiede di restare a New York, ma lei decide di partire, sapendo quanto importante sia quell’occasione per il proprio futuro, e chiede ad Isaac di attendere con fiducia il suo ritorno, che lei prevede avvenga dopo sei mesi.

L’analisi della pellicola

Woody Allen
Woody Allen in un fotogramma della memorabile scena delle “dieci cose per cui vale la pena vivere”

“New York era la sua città e lo sarebbe sempre stato”.

“Manhattan” rappresenta la perfetta definizione di quello che, dall’altra parte dell’oceano, viene opportunamente definito come “film totale”.

Si tratta di un’opera che potrebbe essere definita come la summa dell pensiero alleniamo proprio perché racchiude al suo interno tutti i principali caratteri e valori del regista newyorkese.

E mai come in questo lavoro, tali caratteristiche sono espresse sino a vette inarrivabili.

Partendo dall’intimissimo rapporto autore-città, Allen dipinge una metropoli – quella di New York appunto – che non rappresenta un’istantanea reale, oggettivamente affidabile o persino verosimile del luogo onirico cui invece si riferisce.

La New York di Allen, pur trovandoci cronologicamente parlando quasi all’inizio degli anni Ottanta, ha un fascino assolutamente diverso.

Il regista esegue un processo di sradicamento dalla storia ricostruendo una Manhattan idealizzata tanto nella forma quanto nella sostanza.

La scelta del bianco e nero è funzionale ad una visione personalissima e romantica che ha a che fare con la ferma consapevolezza che, applicare una scelta diversa, vorrebbe dire tradire la propria immagine mentale di un luogo che non può essere diverso da quello rimembrato e, dunque, idealizzato.

Tutto ciò, semplicemente perché “New York è una città in bianco e nero”, come affermerebbe piuttosto sicuro di sé qualche anno più avanti il Val Waxman di “Hollywood ending”, commedia del 2002 ed omaggio in chiave slapstick comedy al capolavoro del 1979.

La New York di Manhattan, dunque, è senza troppi giri di parole quella degli anni Venti, quella del vero jazz che trovi ancora per le strade senza che  debba necessariamente agognare un viaggio a New Orleans, quella affascinante e non consumistica di un centro urbano che non dorme mai e sa ancora ascoltare le nevrosi di chi è troppo inadatto alla vita di tutti i giorni, quella che ti da la possibilità di perderti a metà strada tra realtà e finzione senza che il passaggio porti con sé troppo dolore.

E’ la città della gioventù e, dunque, delle speranze, forse tradite dal tempo o forse no, poco importa.

In “Manhattan”, oltre al cinema, l’autore rivela una grande consonanza con la cultura europea, soprattutto quella della Mitteleuropea e dell’ambiente ebraico, attraverso riferimenti puntuali alla letteratura e alla musica.
Sono evidenti strette contiguità con Kafka e Svevo e, in genere, con l’ebraismo orientale (quello dell’emarginazione, dello sradicamento e dell’inettitudine).

Vengono citati come numi tutelari, tra gli altri, i grandi musicisti Mozart, Beethoven e Mahler, i maestri della pittura impressionistica (Cézanne) e dell’espressionismo cinematografico.

Il personaggio di Ike/Allen in particolare rappresenta il prototipo dell’ebreo inetto, certamente comune agli altri personaggi alleniani, che subisce in modo nevrotico l’autoritarismo patriarcale e matriarcale insieme.

Egli è caratterizzato dal complesso di Edipo, archetipo della cultura ebraica e mitteleuropea (vedi Kafka, sebbene la sua drammaticità si stemperi nell’umorismo di Allen).

Nel dialogo finale con Tracy, Ike ricorda l’inetto di Svevo (ad esempio il metamorfico Zelig ricorda lo Zeno Cosini alla ricerca della sua identità).

In questo film, tuttavia, tale personaggio esprime una sua peculiarità propositiva soprattutto nel moralismo esplicitato nel dialogo con l’amico Yale, quando i due si confrontano sul proprio comportamento nella relazione con Mary: Ike infatti si dichiaratipo non da compromessi, che non riesce a far finta di non vedere”, e così dimostra un suo personale moralismo riconducibile al modello culturale ebraico della intransigenza etica.

Più d’ogni altra cosa, tuttavia, “Manhattan” resta una straordinaria riflessione sul nonsense della vita umana che pure fa da contraltare alle scelte degli uomini nel corso del percorso datoci in sorte.

Amori, dolori, introspezioni, ragioni per cui valga la pena vivere, illusioni e la purezza agognata, ricercata e, per uno sparuto ed incostante sprazzo di autentica bellezza, persino ammirata negli enormi e cristallini occhi della giovane Tracy.

“Manhattan” è tutto ciò e tantissimo altro: un oceano infinito di sogni ed illusioni in cui perdersi per l’autentico piacere di farlo senza il timore di non poter ritrovare la strada verso casa.

Note critiche

La fotografia di Gordon Willis, collaboratore abituale di Allen, utilizzando la sottoesposizione che è funzionale alla descrizione iperrealistica delle atmosfere, decolora il tutto in un bianco e nero denso di chiaroscuri.

È il primo film di Allen in formato Cinemascope adatto a rappresentare le vedute, i panorami della città in grande formato e insieme a far muovere i personaggi nello spazio con incastri di vuoti e pieni.
Negli interni predominano primi e primissimi piani, mentre per gli esterni si privilegiano campi lunghi e lunghissimi, soprattutto i campi totali utilizzati per creare atmosfere suggestive con l’uso del chiaroscuro e inquadrature di spalle dei personaggi (vedi la inquadratura/locandina del ponte di Brooklyn all’alba, scelta come immagine esemplare del film).
Il montaggio è a volte per stacchi netti, quasi a sfogliare un album di fotografie.

Molto spesso il regista ricorre all’asincrono (prima si sentono le voci e poi si vedono le immagini di una data sequenza, o, viceversa, le voci della sequenza precedente durano fino all’inizio della sequenza successiva); questo è un vezzo registico molto diffuso nel cinema di Allen (come il parlare “in macchina”) inteso a produrre nello spettatore un effetto di straniamento dovuto allo scollamento fra la realtà e la rappresentazione artistica, e quindi a sollecitare la riflessione attraverso l’ironia e l’umorismo (vedi l’umorismo ebraico e pirandelliano).

Infine, la musica di George Gershwin, in particolare la “Rapsodia in blu” in apertura e chiusura sottolinea le immagini della città e rappresenta insieme la voce del regista che, mentre guarda, abbraccia con tenerezza di figlio/amante la sua città.

 

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