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Una Vita – Une vie: da Maupassant al cinema di Stéphane Brizé

Une vie: Il dramma romantico di Stéphane Brizé è un piccolo capolavoro dell’ultimo cinema francese con Judith Chemla eJean‑Pierre Darroussin

Tratto dal primo romanzo di Guy de Maupassant, “Una vita, Une Vie” segue le vicende di una giovane aristocratica di nome Jeanne, nell’intero arco della sua esistenza. L’amore platonico per l’affascinante Julien de Lamare, visconte locale e abbiente proprietario terriero, si trasforma in una concreta promessa di matrimonio. Ma l’infedeltà incallita dell’uomo condanna Jeanne a una realtà di miseria e infelicità.

E’ difficile, quasi impossibile, portare al cinema di oggi un romanzo ottocentesco che si penserebbe essere ormai passato, antico come il tempo in cui è stato scritto, invecchiato male con i secoli trascorsi. Brizé sceglie di filmare l’opera prima di uno degli autori romantici più amati di sempre. Lo fa consapevole però, che in realtà quel romanzo e quelle idee sono ancora vive, oggi più che mai perché estemporanee nell’essere capaci di rispecchiarsi sempre nel mondo con un sguardo che forse per Maupassant era lungimirante, e che oggi per noi è ultra-contemporaneo.

Un amore mai egoista

E’ la verità imprescindibile e smisurata, nella concezione cristiana più completa, a essere protagonista irrisolta, perdente e detestabile dell’intero film. Gli essere umani del film intorno alla protagonista Jeanne non si innalzano mai, come inconsapevolmente lei stessa riuscirà a fare rivestita com’è dai suoi tumulti adolescenziali ancora vivi, della sua infantilità suadente. Voglia d’amare mai egoistica, sempre trasversale e pluridirezionale. fonte: dal sito ufficiale della pellicola in questione

Donare, piuttosto che ricevere. Jeanne cerca la sua Realtà impossibilitata dall’immagine contenuta nello schermo fittizio. Nei gesti minimi di onestà e dolcezza sublima il dolore al ricordo romantico, sempre idealizzato, mai del tutto vissuto e risolto. Forse poco onesta con la sua visione paradossale della realtà che inventa e ricrea scena per scena grazie al potere della finzione cinematografica.

Con un montaggio sincopato e illusorio, Jeanne si muove nei prati, nelle tante pareti del suo castello decadente, appesantita da vestiti dimessi, nella solita scena a cui si rivolge il suo unico sguardo: la natura temperata dalle sue angosce diventa Matrigna senza compassione e senza empatia. La sensazione è proprio questa: tramutarsi nella natura nei momenti più intensi e felici, sentirsi parte di essa nei colori e nelle forme.

A volte però, la natura si tramuta in noi nei momenti irrequieti di dolore e menzogna, l’umano flessibile e senza valori prende il posto di essa, la rende imperfetta e desolata. Con un formato 4:3 che nega lo sguardo e strozza l’armonia delle scene e degli esterni, Brizé parla di una società senza valori reali, arroccata di insoddisfazione e di perdita di peso delle emozioni.

Un vortice emotivo

Tutto è distruttibile e perdente, la moralità cede il posto alla negligenza, la vigliaccheria si arricchisce e l’importanza economica traspare fallimentare proprio come lo è oggi. Fortemente Bressoniano, Brizé si permette di zoomare sul capo della sua grandissima protagonista e sui colletti stretti di vestiti ingombranti. Tra impeti di coscienza, ricordi di giovinezza e una spassionata felicità filtrata nell’angoscia che pulsa sinceramente di Vita, questo piccolo capolavoro ci lascia con una speranza desiderata e combattuta e una frase consapevole di matrice sveviana. Une Vie ha vinto il Premio Fripesci al Festival di Venezia 2016.

 

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