Violenza sulle donne, l’allarme dei femminicidi: fenomeno in crescita o consapevolezza più alta?
Di Marialetizia Musella – Comitato Genitori Sicurezza e Vivibilità Quartiere Trieste–Salario
Di Marialetizia Musella
Siamo nel mese di novembre, mese che da sempre nella nostra cultura cattolica è dedicato ai defunti, ed è una curiosa coincidenza che la giornata contro la violenza sulle donne sia stata istituita per tutti i paesi dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, per tutt’altro motivo, proprio in questo mese e precisamente il 25 novembre. Ma perché celebrare una giornata mondiale contro la violenza sulle donne? Perché il 25 novembre tutti ci mobilitiamo in lodevoli commemorazioni ed eventi di sensibilizzazione? Perché nessuno o pochi di noi celebrano e si mobilitano il 4 giugno, giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressione o il 22 agosto giornata istituita anch’essa dall’ONU contro la violenza religiosa? E qualcuno si ricorda il 21 marzo della giornata in commemorazione del massacro raziale di Sharpeville in Sudafrica? La risposta potrebbe essere banale, certo direte voi, ci sono tante ricorrenze e giornate dedicate a tante diverse commemorazioni, ma non possiamo commemorare tutto, e d’altronde questo fenomeno della violenza sulle donne è senza sosta, il bilancio delle morti di donne assassinate per mano di uomini solo in Italia aumenta sempre di più: sono infatti oltre 70 i casi di femminicidio accertati (a cui si aggiungono i tanti casi di donne morte in circostanze ancora non molto chiare, su cui le procure stanno indagando) raccolti dall’associazione Non una di meno, aggiornati all’8 ottobre u.s., a cui ad oggi 27 ottobre se ne sono aggiunti altri 6: Cleria Mancini il 9 ottobre (a Lettomanoppello), Pamela Genini il 14 (a Milano), Vasyl’yeva Olena Georgiyivna il 16 (a Napoli), Nadia Khaidar il 18 (a Bologna), Luciana Ronchi il 22 (a Milano) e l’ultimo, che risale solo a ieri 28 ottobre, vede vittima la trentunenne Jessica Stappazzollo a Castelnuovo del Garda, nel Veronese: a queto tragico ritmo ho il terrore che fino a quando uscirà il presente articolo questa già lunga serie potrebbe ancora allungarsi. Le vittime, violentate, accoltellate, strangolate, spesso vengono uccise nel contesto familiare o affettivo, il fenomeno è trasversale alle classi sociali e alle culture. In base ai dati statistici raccolti dall’ONU una donna su cinque subisce nel corso della sua vita almeno un episodio di violenza. Oltre il 75% delle violenze subite dalle donne, nasce all’interno della famiglia ad opera del marito, convivente, amante, fidanzato, partner o ex partner. Tra gli autori di violenza troviamo anche genitori e altri congiunti che commettono questi delitti, per esempio per obbligare le donne a matrimoni combinati, o perché queste non si sottomettono a comportamenti imposti dalla religione, dalla società, dalla morale famigliare ecc.
Tornando in Italia, l’età media dichiarata dal Viminale è di 55 anni, nella media ci sono facce, volti, cuori e vite di tutte le età a partire dai 14 fino ai 74 anni. Questi dati agghiaccianti non potevano giustamente che mettere sempre più al centro del dibattito pubblico questa piaga, si è parlato di patriarcato, di femminicidi, di narcisisti. Dal canto mio resto sempre molto perplessa e confusa, sgomenta e afflitta: come mai in un’epoca che si professa civilizzata come la nostra il fenomeno sta raggiungendo dimensioni che definire barbariche è poco? Come è possibile che la modernità è arrivata quasi in tutto, nella tecnologia, nei trasporti, nelle comunicazioni, nell’alimentazione, ma i rapporti civili e rispettosi tra i sessi sembrano essere ancora una conquista? Dai dati del Viminale emerge che, nel tentativo di contrastare la violenza di genere, le autorità hanno intensificato gli ammonimenti: sono 7.571 quelli emessi nei primi 8 mesi del 2025, con un aumento del 70,6 % rispetto allo stesso periodo del 2024; 2.731 riguardano stalking, 4.840 violenza domestica. I braccialetti elettronici attivi sono 12.192 di cui 5.929 attribuiti a casi di stalking. Ma sembra che tutto questo non aiuti ad invertire il tragico trend.
Si sono svolti innumerevoli progetti nelle scuole, nel 2024 nell’ambito delle iniziative promosse alla Festival del Cinema di Venezia è stato indetto un Concorso per le scuole che prevedeva la produzione di cortometraggi sul tema predisposti da ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori. Ho voluto vedere con i mie occhi i 5 cortometraggi premiati per cercare di capire come i giovanissimi vedono e sentono questo sanguinoso fenomeno: be’ credetemi tutti davvero molto emozionanti, rivelano una grande attenzione e consapevolezza del problema anche nei ragazzi più piccoli. Ma allora cosa non ha funzionato? Il tema è al centro dei dibattiti, i giovani sono sensibilizzati, le aziende si muovono su Politiche di Diversity Management …. E intanto i notiziari quasi sistematicamente ci informano un giorno si e un giorno no di qualche altra donna assassinata.
Dietro ogni numero c’è una donna, talvolta una mamma, un nome, una storia, una famiglia che rimane frantumata. Il fenomeno non accenna a diminuire, e l’allarme non può restare inascoltato. Anche il sistema sanitario nazionale è allarmato per l’impatto che tutto questo ha già ed avrà ancor di più nel futuro sulla salute fisica (per le donne “fortunate” che non muoiono ma a seguito delle gravi aggressioni subite rimangono “solo” con disabilità permanenti) e psichica sia delle vittime che riescono a salvarsi dalla morte che dei membri delle loro famiglie che, la maggior parte delle volte piangono figlie, madri, sorelle.
Ma come è possibile che la violenza sulle donne sia così in crescita nella nostra società odierna in controtendenza con tutti i passi che sono stati fatti in termini di emancipazione femminile e di rispetto, almeno sulla carta, dei diritti umani anche in linea con l’Agenda ONU 2030? Non è che per caso il fenomeno è pressocché sempre più o meno delle stesse dimensioni, pur manifestandosi e “accanendosi” con modalità diverse – purtroppo decisamente più aggressive e con molti più decessi – che si sono trasformate adattandosi al modificarsi del modello sociale, familiare e dei costumi e che rispecchiano il forte innalzamento del livello di aggressività sociale.
Ma non è possibile per caso che in crescita sia invece, per fortuna, la nostra consapevolezza del fenomeno e la nostra inaccettabilità dello stesso? In realtà non avendo dati del passato per poter fare un confronto oggettivo e venendo da una cultura in cui, fino al 1981, il “delitto d’onore” prevedeva pene molto ridotte nel caso in cui un uomo assassinasse una donna della sua famiglia (moglie, figlia, sorella) per aver compromesso l’onore familiare, spesso a causa di, anche solo presunti, rapporti sessuali illeciti e, fino al 1996 (neanche 20 anni fa), lo stupro non era considerato un reato contro la persona ma semplicemente un delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, forse potremmo dare una chiave di lettura diversa: non un fenomeno in crescita ma una crescita di aggressività del fenomeno a cui, contemporaneamente, e questo è un dato positivo, si riscontra una crescita consapevolezza e contrasto del fenomeno, con maggiori denunce pubbliche, grande attenzione mediatica, dibattiti, manifestazioni, eventi e formazione e informazione alle donne e perché no anche agli uomini! Se così fosse potremmo essere un po’ più fiduciosi che siamo sulla strada giusta, anche se nel frattempo stiamo lasciando dietro di noi una scia di sangue agghiacciante; infatti, nonostante tutte queste terribili notizie, quasi quotidiane, il fatto che ci soffermiamo ad ascoltarle, che affliggano i nostri cuori generano sdegno e vergogna, anche spesso da parte del sesso maschile, sono indicatori positivi che ci fanno sperare in un futuro in una società più equa e rispettosa per tutti, ma bisogna far prsto! Recentemente con il decreto del 16 settembre 2025 la Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella, ha approvato il Piano strategico nazionale contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica per il triennio 2025-2027 con l’annesso Quadro operativo. I documenti sono stati oggetto di confronto in seno all’Osservatorio sul fenomeno della violenza nei confronti delle donne e sulla violenza domestica.
La violenza si può manifestare come violenza fisica, psicologica, sessuale, economica, sociale e dovremmo essere in grado di intercettare tutte queste tipologie che ancora serpeggiano anche nelle migliori famiglie e nelle aziende più virtuose; alcune sono più difficili da classificare e denunciare come violenza sulle donne perché non lasciano lividi e cadaveri ma, ferendo non la pelle ma l’autostima, la sicurezza, la fiducia di essere viste e trattate in maniera rispettosa, equa e senza preconcetti, come persone capaci di autodeterminarsi in libertà di confrontarsi con il mondo con sicurezza e leadership personale, continuano a lasciare in eredità alle nuove generazioni un modello di sopraffazione di un sesso nei confronti dell’altro.
Le molte misure di prevenzione e protezione fino ad oggi messe in campo contro la violenza sulle donne sono tutte assolutamente lodevoli e necessarie ma, tornando alla riflessione iniziale sulle tante altre forme di violenza (es. contro i bambini, le minoranze etniche e religiose, etc.), anch’esse altrettanto meritevoli di essere combattute, trovo che ad oggi manca una gamba fondamentale perché il tavolo del Rispetto tra sessi possa tenersi in piedi: manca un progetto educativo serio nei confronti delle nuove generazioni, manca un supporto alle neo famiglie e ai neo genitori, come agli insegnanti, finalizzato a formare i bambini e le bambine fin da più piccoli al rispetto verso la persona in generale, a interagire con gentilezza e pacatezza con tutti, a imparare a regolare le proprie emozioni, ad esprimerle nel modo corretto e a saper disinnescare il conflitto: manca formazione e manca esempio. La società trasmette messaggi di violenza e arroganza a tutto tondo anche nel semplice linguaggio quotidiano per non parlare di quello che si sente in televisione o espresso con i social media. Inoltre, la fretta e i ritmi serrati di oggi portano a giustificare comportamenti e modalità relazionali di sopraffazione, impedendo di fatto la possibilità di attuare una vera azione preventiva verso questi terribili fatti di cronaca che continuano ad accadere. Temo che nonostante le energie che si stanno spendendo per rafforzare l’azione preventiva a livello di misure giuridiche (Codice Rosso) e quella punitiva a delitto compiuto (es. di recente è stato previsto che la pena in caso di femminicidio non possa essere che l’ergastolo) – misure entrambe assolutamente necessarie anche nell’ottica di garantire la certezza della pena e di “riparare” quanto commesso – si rischia, in assenza di un serio ripensamento del modello educativo e sociale, di colpire la pancia dell’opinione pubblica, di alimentare lo sdegno ma non di evitare che questa forma di violenza continui a perpetrarsi nel tempo.
Bisogna a mio avviso cominciare a lavorare seriamente sulla cultura ereditata dal passato che attribuisce ad alcuni ruoli la legittimità di ricorrere a comportamenti di sopraffazione e violenza, giustificati per fini educativi, formativi e di presunta protezione. Bisogna approfittare di questo momento storico, in cui i riflettori sociali sono tutti puntati verso e contro questo fenomeno ignobile, per mettere in campo tutti gli strumenti e le conoscenze ad oggi in nostro possesso, di carattere scientifico e psicologico, per metterci tutti un po’ in discussione, uomini e donne, per plasmare convinzioni e pensieri che pian piano possano portare ad un mondo in cui nessuno si senta superiore all’altro sesso, ma neanche spaventato e minacciato dall’evoluzione del ruolo femminile.
Infatti, altro tema importante è la veloce evoluzione che si è avuta nell’ultimo ventennio del ruolo della donna nella società a cui non è seguito un armonico adattamento, da parte del genere maschile: questo è uno dei driver di questa lunga serie di femminicidi, così come l’incapacità delle nuove generazioni di gestire il rifiuto e la frustrazione spesso a causa di ferite narcisistiche dovute alla carenza di educazione alla “legge del non tutto” (teoria dello psicanalista Massimo Recalcati) all’interno di contesti familiari distratti se non disfunzionali. Sperando che qualcuno colga l’appello per un programma a livello nazionale, ampio e capillare, potremmo cominciare noi tutti nel nostro piccolo da domani mattina, anzi anche da oggi, a modificare nel quotidiano i nostri comportamenti in ufficio e a casa, abbassando i toni nelle nostre conversazioni, impegnandoci ad ascoltare con più pazienza e senza preconcetti, a dedicare ai nostri figli tempo per parlare, per trasmettere il “non tutto” e aiutare a iscrivere questa regola nel loro DNA, per commentare con loro la cronaca quotidiana, per trasmettere il valore del rispetto dando l’esempio, facendo gustare ai nostri piccoli uomini e piccole donne la bellezza e la gioia di crescere insieme mettendo a fattor comune le reciproche differenze e proteggendosi gli uni con gli altri dalle rispettive fragilità. Se cominciamo a combattere l’arroganza quotidianamente e a lavorare su noi stessi e sui nostri figli per aumentare l’attitudine ad agire con minor violenza in generale, nei confronti di tutti, finiremo per riuscire a combattere anche la violenza sulle donne che, dovrebbe rimanere, come tutte le azioni violente e delittuose, una sacca marginale della miseria umana e non un’emergenza sociale che, quando non sfocia in violenza fisica, fa comunque ancora oggi da colonna sonora, a volume più o meno alto, a quel rapporto meraviglioso che dovrebbe essere il rapporto tra un uomo e una donna.
