Palmira, la sposa del deserto

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Questo fine settimana la rubrica aZONzo vi porta all’interno della città di Palmira, sito archeologico recentemente liberato dall’invasione Isis

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È stata ufficializzata da pochi giorni la liberazione del sito archeologico di Palmira, una delle testimonianze più importanti del passaggio dei Romani nell’Oriente.

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Museo di Palmira – Getty Images

Attaccata e assediata dai militanti dell’Isis il 21 maggio, è rimasta nelle mani dei barbari distruttori per dieci lunghi mesi.

La “sposa del deserto”, come la soprannominavano i carovanieri, è sopravvissuta a millenni di storia lasciando intatta la sua bellezza nonostante i continui conflitti per cui più volte ha fatto da scenario.

Oggi, a distanza di quasi un anno dall’assedio dell’Isis, nonostante gli evidenti danni, Palmira è ancora in piedi.

Liberata dall’esercito siriano con l’aiuto dei raid russi, è stata subito ispezionata da esperti di antichità siriane ed archeologi. La reazione immediata è stata un forte rammarico nel vedere i danni che i barbari hanno procurato alla “Sposa del deserto”. Da un’iniziale stima però, grazie all’aiuto offerto dal direttore dell’Hermitage Mikhail Piotrovsky per stilare un progetto di restauro, sembra che Palmira riuscirà a tornare al suo splendore prima dell’assedio.

Ma come si presenta oggi a dieci mesi dall’assedio? A raccontarcelo, le centinaia di foto diffuse dalle agenzie di stampa in questi giorni.

Il Tempio di Baal (o di Bel) è sicuramente il monumento che ha riportato più danni. Quasi interamente distrutto dai militanti, fu edificato sotto il dominio partico con elementi sia di tipo greco-corinzio, sia babilonese. Dal perimetro incredibilmente vasto, il Tempio si collocava all’estremità orientale del Grande colonnato di Palmira, che costituiva l’asse monumentale della città. Attualmente del tempio resta solo la struttura, mentre gran parte delle colonne e dei mattoni, giacciono a terra tra le macerie.

Cuore del sito di Palmira, il Museo archeologico è stato anch’esso vittima di devastazioni e distruzioni. Inaugurato nel 1961, conteneva alcuni dei ritrovamenti archeologici ritrovati in situ e affidati alle cure di studiosi ed esperti. Gran parte degli epigrafi, degli elementi decorativi e dei frammenti preziosi, sono stati completamente distrutti e ridotti in macerie.

Tra i monumenti più grandi andati distrutti, il più importante da ricordare è l’archeologo Khaled Asaad, che fino all’ultimo momento ha difeso fino alla morte il lavoro di una vita.

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