Anima persa

Tra delirio e mistero lo spettatore di Anima persa è calato in un’atmosfera enigmatica e vagamente claustrofobica proiezione di una paura inconscia

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Anima persa è un film del 1977 diretto da Dino Risi e liberamente ispirato al romanzo di Giovanni Arpino “Un’anima persa”. Dopo Il sorpasso (1962), pellicola generalmente considerata come il capolavoro del regista, un inedito Dino Risi dirige nuovamente Vittorio Gassman.

Anima persa
Anima persa, locandina film

Questo film segna, all’interno della filmografia del regista, l’abbandono, anche solo temporaneo, della commedia ironica sul malcostume nazionale e segnala l’intenzione di misurarsi con un genere nuovo: il thriller-horror. Anima persa, tuttavia, non è un horror nell’accezione classica del termine, ma piuttosto il ritratto perfetto della schizofrenia di uomo ossessionato dalle parole e dal ricordo di un passato che non può più tornare.

Una Venezia decadente e ombrosa, un palazzo fatiscente e un quadro familiare ossessionato da segreti malcelati, questi gli elementi che si intrecciano nella pellicola di Dino Risi. Veniamo alla trama. La vicenda è interamente descritta dalla voce narrante del protagonista. Tino (Danilo Mattei) è un giovane aspirante artista che si reca a Venezia dagli zii Sofia e Fabio Stoltz (Catherine Deneuve e Vittorio Gassman) poiché desidera frequentare la scuola di pittura. Lo zio è, quantomeno secondo il racconto della moglie, un uomo austero, ligio al dovere e di grande cultura; la zia una donna fragile, dalla salute cagionevole e succube del marito. All’arrivo del nipote lo zio non è in casa e la zia spiega: “Fabio cena quasi sempre fuori! Cene di lavoro con gente di riguardo, che viene anche dall’estero per parlargli”.  Ad eccezione delle poche stanze abitate dagli zii, il palazzo cade in rovina. Tra i muri crepati e i calcinacci si nasconde, in realtà, un dramma personale e familiare. Una scala di legno che conduce alla soffitta, una porta munita di spioncino e l’avvertimento della zia:É una stanza chiusa, non salire mai questa scala è legno marcio potrebbe rompersi”.

Con poche battute il regista ci mostra, attraverso lo sguardo del giovane protagonista, la vita familiare degli Stoltz. Cresce la curiosità di scoprire cosa si cela dietro le parole e gli sguardi della zia.

Anima persa
Anima persa, Vittorio Gassman

Segue l’incontro con lo zio: un uomo di rigida moralità, così fiero della propria origine asburgica da definire la lingua tedesca come “Il dolce idioma di Goethe” e da dichiarare che “Se non ci fosse stata l’unità d’Italia, faremmo ancora parte dell’Europa civile”. Al contempo è un uomo sadico e crudele nei confronti della moglie, continuamente umiliata e torturata psicologicamente, ma che gli ubbidisce come una bambina. Un giorno Tino rimane solo in casa con Annetta, la governante, che decide di condurlo in soffitta e gli spiega che dietro quella porta vive segregato il fratello dello zio, un uomo completamente pazzo. Fabio è la sola persona che egli è disposto a vedere e da cui si lascia governare. Numerose volte Tino risale quelle scale, ormai non più proibite, per osservare il professore (ancora interpretato da Gassman) attraverso lo spioncino. Lo guarda dilettarsi con i suoi giocattoli, fra gatti neri e bambole antiche, avvolto in una vestaglia color porpora. Ascolta le sue risate sguaiate e volgari. Lo vede muovere oscenamente la lingua, tinta di un rosso sangue, o mangiare disgustosamente un’anguria, tagliata con un coltello con cui subito prima ha decapitato una bambola. In questo film, però, ad ogni  rivelazione corrisponde un nuovo enigma, la realtà sembra sfuggire continuamente all’occhio del protagonista.  Un altro segreto si nasconde in quella soffitta: si tratta di Beba, una bambina bionda , decenne figlia di primo letto di Elisa, della quale il fratello di Fabio si era innamorato e scomparsa precocemente. A questo proposito, però, le versioni sono contrastanti: secondo Fabio, sarebbe stata Elisa a far morire la figlia di polmonite non curata in tempo. Ma dov’è la tomba di Beba? Al cimitero non ve n’è traccia. Sempre più incuriosito, Tino scopre un’altra menzogna: suo zio non lavora, ma passa le giornate con gli amici, dilapidando al gioco il patrimonio di Elisa.

Anima persa
Elisa nei panni di Beba

Finalmente, trovata aperta la porta della soffitta, Tino ha la spiegazione del mistero: una spiegazione sconvolgente, che lo indurrà a lasciare per sempre Venezia. Durante il colloquio con il nipote in soffitta Fabio chiamerà a gran voce il nome “Beba” e si presenterà Elisa, vestita in abiti infantili. Tino solo allora capirà che il fratello di Fabio non esiste e che l’alienato che suona il pianoforte altri non è che Fabio stesso, l’Ingegnere, il Professore e l’innamorato di quella bambina, Beba, ovvero Elisa, ormai cresciuta e per lui morta.

Anima persa più che un thriller psicologico diviene metafora del dolore che l’essere umano prova dinnanzi alla consapevolezza dell’inesorabile scorrere del tempo. Il regista mette in scena la storia di un dramma familiare che si trasforma in follia.

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Germana Giardullo
Giornalista pubblicista, collaboro dal 2015 con le testate zon.it e zerottonove.it in qualità di responsabile di redazione. Ho conseguito la laurea magistrale in filosofia politica discutendo una tesi dal titolo "identità ebraica, male totalitario e giudizio nel pensiero politico di Hannah Arendt", con votazione 110 e lode. Sono attratta dal mondo della comunicazione, dai suoi diversi linguaggi e dalle nuove tecnologie d'informazione. Interessata alla politica, l'attualità e al cinema in generale. Nello specifico il cinema d'autore degli anni cinquanta, sessanta e settanta.