Federico Aldrovandi, 15 anni fa la morte del giovane di Ferrara

Attualità Federico Aldrovandi, 15 anni fa la morte del giovane di Ferrara

Federico Aldrovandi moriva 15 anni fa, un caso giudiziario divenuto caso mediatico. Indignazione, depistaggi e condanne discutibili

E’ il 25 settembre 2005, siamo a Ferrara. Due genitori si recano nella stanza del figlio ma trovano il letto vuoto. Quel figlio è Federico Aldrovandi, 18 anni, e di lui i genitori avranno notizie solo alle 11 di quella mattina che ha cambiato per sempre le loro vite.

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La sera prima Federico Aldrovandi l’aveva trascorsa con gli amici, per poi tornare a casa a piedi. Durante la serata Federico aveva assunto in piccole quantità droga e alcol, tuttavia i testimoni lo vedevano tranquillo. Nei pressi di via Ippodromo viene fermato da una pattuglia della polizia che invece descrive Federico come un “invasato violento in stato di agitazione“. Ciò che doveva essere un controllo di polizia si è trasformato in un episodio che ha generato indignazione per anni.

Cosa è accaduto quella sera?

Sul posto giunge un’altra pattuglia, nasce una colluttazione e due manganelli si rompono a metà. Federico Aldrovandi viene trovato dai soccorritori del 118 disteso sul freddo asfalto di via Ippodromo, con il volto sfigurato e le mani ammanettate dietro la schiena, incosciente. Dopo i tentativi di rianimazione viene constatata la morte del giovane per arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale. Le perizie disposte sul cadavere di Federico hanno dimostrato che la quantità di alcol assunta dal giovane era sotto il limite massimo previsto dal codice della strada, e le dosi di droga assunte erano di gran lunga inferiori a quelle mortali. Insomma, ciò che aveva fatto Federico Aldrovandi quella sera con gli amici non ha nulla a che vedere con la sua morte.

Gli sviluppi della vicenda

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Dopo tre gradi di giudizio e diversi tentativi di depistaggio c’è stata la condanna per i quattro agenti coinvolti a tre anni e mezzo per omicidio colposo. La condanna venne poi ridotta a sei mesi per l’indulto. Per di più solo tre di loro entreranno in carcere. E come se non bastasse, nonostante la mobilitazione nazionale che chiedeva di destituirli dal servizio, tutti gli agenti vennero reintegrati, seppur in incarichi di ufficio.

I dubbi dell’opinione pubblica

Ancora oggi, dopo 15 anni, viene da chiedersi perché, se Federico era a terra, ammanettato, i quattro poliziotti lo abbiano massacrato di pugni, calci e manganellate. 54 lesioni, la distruzione dello scroto, buchi sulla testa, il cuore compresso. Perché? E come a questa domanda non si è riusciti a trovare risposta, allo stesso modo appare inspiegabile la pena inflitta ai quattro poliziotti.

L’attenzione è sempre stata puntata sui quattro agenti di polizia. Uomini delle forze dell’ordine che dovrebbero tutelare i cittadini e difenderli. Uomini che in una società sana dovrebbero essere visti come supereroi, e invece quella sera si sono mostrati agli occhi di tutti come dei carnefici. Ciò che hanno causato questi quattro poliziotti, oltre alla tragica scomparsa di un 18enne, non è solo un danno d’immagine alla propria persona ma a tutte le forze dell’ordine.

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Troppo spesso si utilizzano episodi come quello della morte di Federico per giustificare l’odio nei confronti delle forze dell’ordine. Dunque è bene precisare che le forze dell’ordine svolgono delle mansioni importanti e per questo meritano rispetto. Il fatto che alcuni uomini in divisa si rendano autori di gesti disumani e ignobili non deve generare disprezzo e violenza, ma indignazione e protesta verso chi abusa del proprio lavoro. Non tutte le mele di un albero sono marce.

Coloro i quali hanno difeso i quattro poliziotti che hanno cagionato la morte di Federico Aldrovandi ha sbagliato, perché avere un potere non autorizza ad abusarne. Chi ha attaccato in maniera spropositata quei poliziotti ha sbagliato, perché per punire la violenza non serve altra violenza. Chi invece ha capito che bisogna dare le colpe a chi le ha, senza generalizzare, allora ha davvero imparato qualcosa da questa triste storia. Fare di tutta l’erba un fascio è errato, perché il mondo non è bianco e nero ma ha infinite sfumature.

Oggi Federico Aldrovandi non è con noi, ma possiamo farlo rivivere nei nostri gesti di legalità.

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Lorenzo Vitale
Studente di Giurisprudenza all'Università di Salerno, aspirante Pubblico Ministero. Tra le mie passioni ci sono lo sport, la scrittura e il giornalismo d'inchiesta. Mi interesso particolarmente ai casi di cronaca nera irrisolti. Credo sia importante fare informazione per indurre alla riflessione, così da stimolare nelle persone lo sviluppo di un pensiero critico.

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Updated on 25 October 2020 - 19:43 19:43