La ragazza con la Leica: quanta distanza fra memoria ed immaginazione?



La ragazza con la Leica

La ragazza con la Leica vive e respira attraverso l’idea che memoria ed immaginazione non siano poi troppo diverse. Ma è davvero così?

Il Premio Strega 2018 è stato diverso dalle precedenti edizioni per diversi motivi. Tanto per iniziare, a farla da padrone sono le case editrici più piccole e le donne. E la vincitrice, appunto, è proprio una donna che parla di donne.

Atipico è però anche l’esito post premiazione. Il libro più letto in Italia è “Resto qui” di Marco Balzano, ma il successo all’estero del (meraviglioso) libro di Francesca Melandri, “Sangue giusto” è raro per un prodotto dell’editoria italiana nonostante nel Paese sia passato ingiustamente inosservato. E “La ragazza con la Leica”, libro vincitore del Premio Strega 2018 scritto da Helena Janeczek, cerca ancora di riscuotere più credito nonostante quel primo posto guadagnato ma in qualche modo non abbastanza sentito fra i lettori.

La scelta di ritrarre senza dipingere

Si legge la storia di Gerda Taro, nata come Gerta Phorylle. Intelligente e spregiudicata borghese ebrea di Stoccarda, presto cospiratrice antinazista a Lipsia e a Berlino, grande fotografa di Parigi al fianco del profugo ungherese e fotografo Robert Capa, morta a Brunete sotto un carro armato nel luglio del 1937 mentre documentava la caduta della Spagna repubblicana. Si tratta di una biografia, ma neanche così tanto: la documentazione accurata c’è, ma il personaggio in carne ed ossa protagonista dello scritto un po’ meno. Gerda è quasi una forza invisibile, il motore dei destini altrui. C’è l’affresco storico, la celebrazione generazionale e giusto qualche accenno di ritrattistica in questo libro, perché i veri protagonisti del romanzo sono tre e prestano la propria memoria privata. Sono coinvolti ma mai meri testimoni, poiché intrecciati alla vita di Gerda solo per un po’: il primo è Willy Chardack, medico tedesco rifugiato a Parigi che vede la trasformazione della fotografa da ragazza entusiasta e curiosa a soldato temerario armata soltanto della propria macchina fotografica; il secondo è Ruth Cerf, ex modella, il cui ricordo è legato alla propria imminente partenza per la Svizzera con il marito nel 1938. Il terzo personaggio è Georg Kuritzkes.

Nel corso del libro, Gerda Taro è l’oggetto di una nostalgia ventennale più che una persona, un pezzetto di storia raccontato male e una gioventù dimenticata ma divampata fra dittature europee, la vittoria della repubblica spagnola, il genocidio e la diaspora degli ebrei scampati alla persecuzione. L’intento è nobile, lo stile e la maestria con cui è perseguito pure (non a caso, l’autrice è una di quelle che nonostante il proprio impegno nel mondo dell’editoria, scrive un libro ogni sei anni), ma manca qualcosa di importante e sostanziale. L’intreccio fra epica e memoir c’è, ma alcuni capitoli – alcuni pezzi di ricordo – risultano decisamente bidimensionali. La scelta di cedere la parola a dei testimoni è un azzardo poiché la devozione postuma ed involontaria rischia di rendere il ritratto agiografico più che ricco di sfaccettature o nuovo.

Il capitolo finale è quello che vale da solo tutto il libro. La voce dell’autrice è forte, finalmente non diluita dal ricordo altrui che si rivela un’arma a doppio taglio. Si parte dalle foto di Gerda e Robert, un dettaglio che potrebbe sembrare irrilevante e che invece permette di catalogare i colori di una relazione indecifrabile fino a suggerire che ricordare è come immaginare ed il confine è sottile. Maestria impagabile nei mezzi, ma manca quel qualcosa che rende vivi i libri e non li consacra solo come successi letterari con una coccarda.

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