Allahu Akbar



allahu akbar

Il 69, anno di rivolte e di contestazioni, fu con ogni probabilità la prima volta che il mondo occidentale cominciò a prendere confidenza con questa invocazione, Allahu Akbar

“Allah è grande” gridavano i colonnelli che in nome del panarabismo nasseriano portarono al potere GheddafiAllah è Grande sarà il mantra sposato dalla Libia come inno della nuova nazione. Poi Siria ed Egitto, il motivetto spopolava al pari della tensione trai paesi arabi, che per breve tempo in Nasser trovarono una guida, e l’occidente coloniale, quello dell’imperialismo violento e spietato per intenderci.

Nel nostro paese un gruppo che riscosse grande successo a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, i CCCP del redivivo Giovanni Lindo Ferretti cantavano tra le note di Punk Islam “Allah è grande e Maometto è il suo profeta”, salvo poi invertire la rotta e sposare la causa antiabortista e presenziare ai congressi di CL (Comunione e Liberazione).

E ancora l’Iran, con la rivolta degli studenti, l’Afghanistan, pronto a bastonare senza soluzione di continuità tutte le superpotenze intenzionate a importarvi fast food democratici o socialismo Prêt-à-porter.

Insomma, tutti scenari in cui l’occidente post-coloniale mostrava al mondo senza mai accettarlo, neanche tacitamente, che, in fondo in fondo, post coloniale non lo è mai stato; che le mire imperialistiche non si travestono alla perfezione da guerre “umanitarie” e che democrazia e bombe sono un ossimoro più che una metonimia.

allahu akbarAllahu Akbar, lo hanno sentito il 7 gennaio ’15 per la prima e ultima volta proferito dalla viva voce dei propri aguzzini i vignettisti del Charlie Hebdo e i poliziotti neutralizzati con una freddezza che lascia sgomenti.

12 i morti per mano dei fratelli Kouachi, di origini algerine nati e cresciuti a Parigi, addestrati alla Jihad in Siria, focolaio di integralismo e ribellione. Vendicare Maometto la loro missione dichiarata. Ancora latitanti mentre chi scrive apprende la notizia della morte di un agente di polizia alle porte di Parigi che le stesse forze dell’ordine dichiarano di non ricollegare all’attentato di Reims.

Sarif, il più giovane dei due, già noto alla polizia francese, si guadagnava da vivere consegnando pizze e nel 2005 aveva preso parte a un documentario prodotto da France 3 intitolato “Pièces à Convictions”; il fratello Charif di 34 anni risulta invece incensurato. Comune a entrambi un passato nelle istituzioni per orfani dell’accogliente Parigi, sede di una comunità islamica perfettamente integrata, che poco o niente ha a che vedere con la tragica situazione di periferia delle Banlieue. Nessuna moschea oltranzista, nessun Imam facinoroso votato alla Jihad nel contesto in cui sono cresciuti i Kouachi a giustificare l’efferatezza dell’attentato contro il settimanale satirico, solo tante domande in attesa di una risposta, con il rischio che la paura possa sedimentare tra i francesi un vuoto di sicurezza che rischia di essere riempito dalle risposte xenofobe della famiglia Le Pen.

Marine, la delfina di Jan-Marie, avvicendatasi al padre alla guida del Fronte Nazionale non ha mancato l’appuntamento mostrandosi subito pronta e battagliera dichiarando che “Bisogna smetterla con l’ipocrisia e chiamare le cose con il proprio nome: è una strage perpetrata dall’integralismo islamico”, ad affermazioni simili non poteva che attestarsi anche il nostro Matteo Salvini. Il segretario della Lega Nord, che tra una copertina satinata in deshabille e qualche sponda per il gossip nostrano, ha trovato il tempo di affermare che “Il nemico è in casa”, venendo immediatamente surclassato dall’estro del Senatore Gasparri che dalle colonne di Libero afferma: “Ci vuole subito una guerra”.

Il sonno della ragione genera mostri e questi mostri sembrano dimenticare che la cura al piombo propinata in oriente negli ultimi decenni non ha fatto altro che ingenerare odio per i partner della campagna contro il terrore made in USA. Ghettizzare è invece la risposta della Giorgia Meloni che si dichiara da subito pronta a “Chiudere tutte le moschee”.

Un panorama fatto di demagogia e risposte affrettate e poco riflessive quello che ci si dipana all’orizzonte: demagogia che si spera non rubi la scena alle politiche d’inclusione e inserimento che ad avviso di chi scrive sono l’unica panacea per sottrarre terreno a organizzazioni che invece sguazzano nel ventre di comunità ghettizzate e marginalizzate, polveriere pronte a esplodere alla prima scintilla, terreno fertile per chi cerca proseliti e martiri disposti a sposare la causa.

Intanto la causa della libertà ha 12 frecce in meno al proprio arco, a chi ne erediti la missione (oltre che come di consueto a chi mi legge) non posso fare altro che augurare buona fortuna.

Je suis Charlie

 

Editoriale a cura di Lucio Schiavone

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