Amy Winehouse, quattro anni dopo



Il 23 luglio del 2011, la cantante britannica Amy Winehouse fu trovata senza vita nel sua camera al numero 30 di Camden Square, borgo londinese

Un’artista unica, intensa, emozionante, ragazza bianca, ma con la voce “nera” e da quel particolare colore retró e jazz della sua musica, travolta dai bizzarri meccanismi e dalle dipendenze delle celebrità che cambia la vita e la trasforma in una gabbia, dorata sì, ma dalla quale è difficile uscire.

Quattro anni dopo la sua scomparsa, arriverà in Italia, precisamente il 15, 16 e 17 settembre, in occasione del compleanno di Amy, il documentario-film “Amy – The Girl behind the Name”, del regista inglese Asif Kapadia, (che ha suscitato l’ira del padre della rockstar, Mitch Winehouse).

Amy Winehouse, timbro magnifico e perfetta musicalità, è morta a 27 anni, dopo essere diventata famosa nel 2006, dopo l’uscita di “Back to black”.

Personaggio tormentato sì, ma pur sempre una persona. A volte lo si dimentica, ma è così, perché Amy esisteva ancora prima di diventare il fenomeno Amy Winehouse.

La cantante è morta così, un cocktail casuale di droga e alcool, quando la sua vita si trasforma in un insieme di cliché sul rock e sulle sue maledizioni, un nome da aggiungere alla lista degli artisti maledetti.

Amy invece no, lei è morta d’altro, una ragazza non muore di droga se non lo vuole davvero; forse è morta perché non sorrideva più.

Forse è morta anche prima, quando la rockstar tatuata e nascosta dietro una riga spessa di eye-liner, ha cominciato a prendersi troppo della sua vita.

O forse Amy è morta d’amore, vittima del suo cuore per aver amato la persona sbagliata, Blake.

D’altronde ce l’aveva insegnato lei: “Love is a losing game”, l’amore è un gioco al quale si perde sempre.

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