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La Brexit mette in difficoltà il mercato londinese ma l’esecutivo del Regno unito appronta il piano Big Bang 2.0, ecco cosa prevede

La Brexit inizia a mostrare i suoi lati più controversi, Londra perde il primato della principale piazza finanziaria d’Europa. Perfino le società di compensazione e compravendita titoli, come Cboe o Turquoise, che da sempre hanno testimoniato al potenza finanziaria londinese sono state costrette ad aprire le loro succursali nel Continente.

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Il Governo inglese tuttavia non si è lasciato abbattere dalle conseguenze della Brexit e non ha mostrato particolare preoccupazione. Le risposte che soprattutto i mercati finanziari aspettavano sono arrivate solo il 3 marzo quando il Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, ha presentato un rapporto sul rilancio della città londinese. Ex analista di Goldman Sachs Rishi Sunak ha presentato in un’intervista rilasciata al tabloid finanziario di Londra, City A.M. il progetto soprannominato Big Bang 2.0.

L’idea è quella di superare le conseguenze finanziare della Brexit riportando Londra in competizione con le altre Borse europee. L’obiettivo sarà raggiunto rendendo più semplificata la quotazione in Borsa delle società, tramite la riforma delle Spac (Special Purpose Acquisition Company), società veicolo di promotori che cercano il denaro dagli investitori professionali e istituzionali, per la quotazione delle aziende sul mercato dei capitali. Le nuove società raccoglieranno dunque i capitali e porteranno così in borsa una società entro 24-36 mesi dalla definizione del suo piano d’investimento ottenendo in cambio una quota azionaria.

Londra in questo senso sembrerebbe dunque abbracciare quello che è stato il piano di deregulation varato da Margaret Thatcher nel 1986 al fine di riformare il mercato inglese affinché potesse competere con quello americano. L’intenzione dell’esecutivo inglese presenta comunque tratti di novità, perché si rifà al modello americano e soprattutto a quello di Facebook, della Dual Class Shares Ownership, che concede ai fondatori dell’azienda, con una quota del 14% nel capitale, di detenere un 60% della proprietà tramite i diritti di voto nell’assemblea degli azionisti.

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