Caffè Mexico a Napoli. Il culto dei gesti

caffè mexico

Un cliente: “Buongiorno! Un caffè macchiato…”, risponde il maestro del caffè: “Dottò, cà faccimm u’ cafè!…U’ vuliti u’ cafè?”

Dire che Napoli è la città del caffè è quasi un’inflazione espressiva, diventando spesso un parametro di riconoscimento, un immaginario collettivo di cui ci si serve per associare un simbolo ad un luogo. Nel caffè però, non c’è solo l’acqua buona di Napoli, né la tostatura di una torrefazione speciale e unica, e neanche solo la tazza bollente. Con il caffè di Napoli, spesso, possiamo stupire le nostre papille saporifere con gli indefinibili colori di un gusto che rimane nella bocca, ma non si può oggettivare. Giunti nel famoso Caffè Mexico di Napoli, nei pressi della stazione ferroviaria centrale, nasce a piazza Dante, siamo entrati nella tradizione del caffè, e non solo perché siamo nella città deputata.

A partire dalla cassa, dove si è accolti dalla volontà di farvi restare nella propria città, il sapore del caffè comincia a raffigurarsi all’interno di numerosi aspetti, dettagli umani e visivi, che raccontano il mondo di Napoli: non è semplice riuscire a comprenderlo davvero, nel profondo, perché tante sono le differenti sensazioni che può lasciare, come tante sono le culture tramandate, eppure qualcosa accade al Caffè Mexico.

Il caffè è dunque un culto: lo sappiamo già osservando, perdendoci in una dimensione atemporale, lo stile della tradizione che si è scelti di proteggere e fare propria. I bigliettini che si prendono alla cassa sono l’elenco delle specialità che si trovano nel bar, e riconoscibili nei diversi colori, assumono il sapore di antico. L’antico è nell’uso della carta colorata, e abbinare ad ogni colore un prodotto è come voler umanizzare, personalizzare il luogo, e non solo smaltire la fila velocemente.

Il bigliettino colorato, che sostituisce quasi lo scontrino, rimane negli occhi di chi sa osservare l’attenzione alla tradizione; perché, come racconta il gentile ragazzo alla cassa, si rende attuale soltanto un passato che ha reso grande il nome del Caffè Mexico.

Arrivati ai maestri del caffè, sappiamo già che in quella tazzina bollente possiamo trovare il caffè già zuccherato, e amaro solo su richiesta: prima di entrare infatti, il cliente sa che la tradizione zucchera già il caffè. Nasce così quel patto, quella forma di fiducia, quel rapporto che si crea tra chi costruisce l’aroma nella performance dei gesti e chi la interiorizza nella performance del gusto.

Mentre il caffè scorre lentamente, è facile entrare in confidenza con i tre maestri che si alternano nelle diverse fasi della performance, ed è in questo meccanismo che si perde la concentrazione, non riuscendo mai a soffermare lo sguardo sul segreto del caffè di Napoli. In fondo, il segreto non esiste. Se è vero che il caffè viene macinato volta per volta, non perdendo mai l’aroma, com’è vero che viene misurato con un cucchiaino e non automaticamente, è anche vero però, che dentro a quella tazzina di caffè non c’è il segreto che tutti vogliamo capire, ma c’è la vita del caffè.

Il gesto, umano, prende confidenza con il sapore, con il colore, con il profumo per diventare il metodo del caffè: in questo metodo si può odorare l’affetto del napoletano che va fiero della sua arte, e vuole sempre raccontarla, ogni giorno, per essere tra i primi. Vuole catturarti, farti invaghire della sua bellezza.

Al Caffè Mexico è cattivo costume chiedere un macchiato, perché il latte offuscherebbe il culto dei gesti che, senza mostrarlo, sta amando il caffè che vuole farti adorare.

Foto a cura di Gerardo Mele.