Consegna a domicilio
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Oltre l’asporto, una delle principali fonti di introiti è la consegna a domicilio. Troppi soldi finiscono alle piattaforme come Just Eat, Glovo, Deliveroo e UberEats, i ristoratori perdono fino al 50%

A causa delle restrizioni, insieme all’asporto, una delle principali fonti di introiti è la consegna a domicilio. I servizi attivi più conosciuti come Just Eat, Glovo, UberEats, Deliveroo, chiedono ai ristoratori circa 200 euro per l’attivazione, più una percentuale che può arrivare fino al 35% per ogni singola consegna. E non è tutto. Per non ritrovarsi senza ordini, i locali aderiscono a campagne di “consegna gratuita o a un euro“. Detto ciò, spesso il ristoratore rischia addirittura di rimetterci perchè oltre queste spese, dobbiamo pur sempre considerare i costi diretti come materia prima, personale e utenze.

Inoltre, un tema da considerare è il posizionamento dei ristoranti sulle varie piattaforme: “Gli operatori affermano di avere degli algoritmi di listing meritocratici ma alcuni di loro mettono in vendita a costi altissimi le posizioni o determinate opportunità di visibilità” racconta Ferreri a Il Fatto Quotidiano. L’algoritmo per i ristoranti è simile a quello che regola il lavoro dei rider, ovvero quei fattorini addetti alla consegna a domicilio.

Ritardi nella consegna

Il fondatore della catena di pizzerie Berberè, Matteo Aloè, racconta a Il fatto quotidiano che si spegne l’app o si rifiuta un ordine il rating si abbassa e per questo si tende a evitarlo. Tutto ciò può portare ad accumulare diversi ritardi. Il cliente non sa nulla ma vede solo il ritardo. Siccome le tempistiche vengono gestite dalle piattaforme, se inizialmente sono ben distribuiti gli ordini, si possono accavallare improvvisamente in pochi minuti o addirittura slittare. “Il fattorino può avere un contrattempo o smettere improvvisamente di lavorare e a quel punto la piattaforma deve individuarne un altro. Il cliente di questo non sa nulla, vede solo il ritardo sulla schermata, ma per noi significa buttare una pizza e rifarla. Succede ogni sera”.

Il nostro ordine medio è di circa 10 euro, togliendo i tre di commissione andiamo in perdita” – ha raccontato il fondatore. “Lo facciamo solo per rimanere a contatto con i clienti, in questo momento non abbiamo alternative: è difficile essere competitivi su costi e funzioni e le piattaforme hanno in mano la tecnologia e il mercato pubblicitario. Ma stiamo pensando di abbandonarle quando si potrà riaprire al pubblico stabilmente“, ha concluso Matteo Aloè.