Coronavirus: gli antipertensivi non sono un pericolo, lo studio conferma



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immagine da pixabay

I farmaci antipertensivi non sono un pericolo per chi contrae il coronavirus. Uno studio appena pubblicato rassicura pazienti e cardiologi

Buone notizie sui tanto dibattuti farmaci antipertensivi, accusati di facilitare il contagio e l’aggravarsi della malattia da coronavirus. Uno dei rischi maggiori derivati da questa notizia, che dall’inizio dell’epidemia ha messo in crisi le estremamente diffuse terapie farmacologiche per la pressione alta, è stato il timore che alcuni pazienti potessero sospendere autonomamente questi farmaci. I rischi che ne sarebbero derivati sarebbero stati incalcolabili e per questo motivo sono stati condotti diversi studi per verificare questi supposti.

In particolare, il SARS-CoV-2 è risultato sensibile in vitro ai recettori ACE2, molto presenti a livello polmonare e implicati fortemente nel controllo della pressione sanguigna. Inoltre, i farmaci ipertensivi appartengono alle categorie di ACE-inibitori e Antagonisti del recettore dell’angiotensina II (sartani), che hanno il compito di amplificare l’espressione del recettore ACE2. Per questo motivo, sulla base di esperimenti in vitro condotti sul coronavirus, si è pensato ad una possibile correlazione tra i due fattori.

Lo studio

Giunge foriero di buone notizie uno studio pubblicato su Circulation Research (qui l’articolo originale) e riportato da Medical Facts, che ha messo in luce il rapporto tra i farmaci antipertensivi e il decorso del Covid-19. La ricerca è stata condotta da un team di studiosi cinesi che hanno analizzato l’andamento clinico per 30 giorni di 1128 pazienti ipertesi, di cui 188 in trattamento con ACE-inibitori/sartani e 940 in trattamento con altri farmaci antipertensivi.

I risultati incoraggianti

Quel che è emerso da questa analisi clinica è che la mortalità dei pazienti in cura con ACE-inibitori/sartani è significativamente più bassa rispetto a quella riscontrata nei pazienti in cura con antipertensivi. Questo risultato è incoraggianti in quanto non solo “sfata il mito” della pericolosità, ma anzi ribalta il risultato manifestando una certa protezione nei confronti di un decorso clinico infausto. Le terapie, quindi, possono continuare normalmente senza modifiche, come d’altronde l‘AIFA aveva sempre incoraggiato a fare, sulla base della mancanza di evidenze scientifiche. Ciò non significa che si è immuni: bisogna comunque prestare attenzione e seguire tutte le direttive del Governo, come l’utilizzo della mascherina e il mantenimento della distanza sociale.

 

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