Zon.it recensisce il nuovo film di Fabio Resinaro “Dolceroma”. Nel cast: Lorenzo Richelmy, Luca Barbareschi, Valentina Bellè e Claudia Gerini

Sarà perchè sono ancora sotto quella che gli antichi greci chiamavano ubriacatura, ovvero quella inspiegabile sensazione di appagamento che accompagna uno spettatore verso la fine di uno spettacolo teatrale, ma non riesco a trovare una sbavatura, un particolare, una svista, che mi permetterebbe di non dare le cinque stelle di rito al nuovo film di Fabio Resinaro, Dolceroma.

Forse il dilagante turpiloquio messo in bocca a Luca Barbareschi? Troppo poco e troppo radical chic anche quello, considerato che le parolacce non sono che l’esteriorità, la superficie di un personaggio già sporco dentro: Oscar Martello, il burattinaio che tiene insieme i fili dell’industria cinematografica italiana, colui che ti porta all’inferno e poi ti lascia lì, da solo, con il conto da pagare. 

Cinema e metacinema

Forse potrei accusare il film di prevedibilità quando prova a reggersi tutto sull’ambizione di un giovane scrittore-sceneggiatore che vede il suo primo romanzo caso, diventare un film flop e si inventa una pellicola nella pellicola per salvarsi la carriera. Ma anche qui peccherei di miopia a non riconoscere la struttura solida e fino all’ultimo sorprendente di una sceneggiatura che è libero adattamento del romanzo Dormiremo da vecchi di Pino Corrias.

Potrei anzi dire che “Dolceroma” intrecci abilmente tre film: il primo è quello in cui Lorenzo Richelmy, Luca Barbareschi e Valentina Bellè da attori interpretano un giovane sceneggiatore, un produttore Mangiafuoco, e un’attrice in attesa del grande salto.

Il secondo è invece quello in cui il libro di Andrea Serrano diventa effettivamente una pellicola, Non finisce qui ed il terzo, infine, vibra in tutti quegli stratagemmi che Andrea architetta per salvare la sua opera prima da flop sicuro.

Il contrappunto tra quelle che colleghi più eruditi di me chiamerebbero fabula ficta, fabula agenda fabula acta, si spalma sulla struttura piramidale del mondo del cinema che ne viene fuori  e dei rapporti di forza che lo animano: i produttori e il denaro, i produttori e le attrici, le manie simboliste di certi registi, le aspettative del pubblico e la promozione, nostro signore marketing.

“Cosa sei disposto a rischiare?”

La promozione è come una guerra in cui tutto è lecito anche fingere il rapimento da parte della camorra dell’attrice protagonista. E’ qui che inizia l’ideale terzo tempo dell’opera seconda di Resinaro, quello più umano e nervoso: i nostri personaggi si spogliano delle loro patine per mostrarsi in tutta la loro umana fallibilità, e solo chi riesce a tenere i nervi ben saldi alla fine potrà dirsi “nuova ape regina” dell’alveare delle aspirazioni.

Il film dribbla ogni clichè

Ho guardato con attenzione, poi, al rapporto tra il produttore Martello e l’attrice Jacaranda Ponti: in un periodo di ostracismo e caccia alle streghe, sarebbe stato facile cadere nel clichè dell’orco che approfitta delle belle speranze di una che, al più, viene additata come “arrampicatrice sociale”: il sentimento che lega i due personaggi interpretati da Barbareschi e Bellè è invece sorprendentemente autentico. Dico sorprendentemente perchè oggi quasi non ci siamo più abituati, assuefatti come siamo ad una concezione utilitaristica dei rapporti umani in genere.

E a proposito di clichè dribblati fa sorridere il fatto che Francesco Montanari, nella Roma infernale delle ambizioni spesso disattese, sia riuscito finalmente a passare dall’altra parte della sala interrogatori con l’interpretazione di Raul Ventura.