Metropolis è una parabola del Novecento sull’universale dicotomia tra progresso scientifico e oscurantismo, un film-precursore del genere fantascientifico grazie ad un’estetica sbalorditivamente innovativa. Il suo regista, Fritz Lang, nasceva oggi, ma 126 anni fa

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Fritz Lang, pseudonimo di Friedrich Christian Anton Lang (Vienna, 5 dicembre 1890 – Beverly Hills, 2 agosto 1976), si formò come regista nella Berlino dei primi anni venti. È del 1919 il suo primo film, Halbblut, che egli girò nei giorni della insurrezione spartachista. Sempre nel 1919, girò un secondo film Der Herr der Liebe. Entrambe le pellicole però ad oggi risultano perdute.

Fritz Lang, un visionario del NovecentoDas wandernde Bild (La statua errante), la cui sceneggiatura venne scritta a quattro mani con Thea von Harbou, segnò l’inizio di un sodalizio artistico e sentimentale che durò fino al 1933.

Nel 1921 arrivò il primo grande successo internazionale con Destino, a cui seguirono Il dottor Mabuse, la saga epica de I Nibelunghi e Metropolis – la cui versione originaria oggi è perduta, per poi essere ripresentato nel 1987. Questo film va collocato nella complessità socio-culturale conseguente al crollo del mito asburgico e alla crisi del primo dopoguerra. La sceneggiatura fu di Thea von Harbou, moglie di Lang, che pochi anni dopo avrebbe aderito al Partito Nazista: probabilmente ciò influì pesantemente sulle critiche di Buñuel e sull’esaltazione di Hitler rispetto al film.

Fritz Lang, un visionario del NovecentoNel XXI secolo, una Metropoli del futuro, che visionariamente incarna le metropoli del presente, è divisa in due parti: nella città di sopra vivono i ricchi, in quella inferiore gli operai-schiavi. Tutto viene stravolto quando Freder, figlio dell’industriale di Metropolis, incontra Maria e scopre la dura vita degli operai. Uno scienziato, colto l’ascendente che Maria ha sulla massa, progetta e realizza un’androide, con le fattezze della ragazza, per fomentare la rivolta allo scopo di impadronirsi del potere. Nei disordini che seguono, le fabbriche si fermano: scongiurato il collasso, l’industriale si ravvede auspicando in una feconda collaborazione con il proletariato.

Fritz Lang, un visionario del NovecentoL’ingenuo ottimismo della scena finale non sminuisce, ancora oggi, la straordinaria e enigmatica modernità di Metropolis, in cui Fritz Lang coniugò aspetti magniloquenti e teatrali – in una trama non priva di elementi retorici – ad una visionarietà inconsueta e lungimirante dal punto di vista scenografico. Metropolis rappresenta un caso metastorico e metaletterario, in cui lo scienziato e la sua donna-robot evocano direttamente il mito tedesco del Faust.

Nel 1931 uscì sugli schermi il primo film sonoro di Fritz Lang: Il mostro di Düsseldorf. Nel 1932, lo svilupparsi del movimento nazionalsocialista, smosse pressanti preoccupazioni in Lang, che ritornò per questo al personaggio del genio criminale, creato da Norbert Jacques nel 1921, con Il testamento del dottor Mabuse, in cui demonizza gli slogan nazisti: “Dobbiamo terrorizzare la gente dicendo che finirà col perdere ogni autorità di cui si sente investita… finché non si solleverà distruggendo il vecchio stato…per fare con noi un nuovo mondo. Sulle rovine dello stato distrutto noi creeremo il regno del crimine…”.

L’ascesa nazista mise in fuga Fritz Lang, ebreo da parte di madre, che dopo una breve parentesi parigina, nel 1934 approdò ad Hollywood, mantenendo sempre una certa indipendenza registica rispetto al sistema imperante. Qui, infatti, non dimenticò la causa antinazista, manifestata in una tetralogia: Duello mortale, Anche i boia muoiono, scritto con Bertolt Brecht, Il prigioniero del terrore e Maschere e pugnali.

Tra gli ultimi lavori, The Blue Gardenia e The Big Heat del 1953, While The City Sleeps e Beyond a Reasonable Doubt del 1956, indirizzati sul filone tematico del ruolo svolto dai mass media nella società moderna.

Alla fine degli anni sessanta Lang decise di tornare in Germania, dove realizzò il suo ultimo film, Il diabolico dottor Mabuse (1960), una specie di testamento spirituale, in cui ricollegandosi agli inizi della sua carriera, contestualizzò un suo personaggio degli anni venti in un’epoca – ormai non più visionaria ma già a lui contemporanea – in cui la massa viene osservata e controllata attraverso strumenti di larga diffusione, quali la videosorveglianza e la televisione.

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