L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte: l’Odissea onirica di Gilliam

L'Uomo Che Uccise Don Chisciotte

Finalmente, L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte è nei cinema di tutta Italia. Un film molto onirico, ma anche notevolmente autoreferenziale

In principio fu il 1998. Possiamo segnare questa, come data di partenza precisa per la realizzazione di un film la cui storia poggia sì su ambienti fantastici e andamenti onirici, ma che in realtà nasconde una natura davvero paranormale. Sì, stiamo parlando di Terry Gilliam. Stiamo parlando proprio di lui: L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte.

Il percorso compiuto dalla nuova pellicola del maestro naturalizzato britannico è uno dei più particolari e strani che abbiate mai sentito nella storia del cinema. Un esempio di “development hell“, con ben otto tentativi di realizzazione da parte del regista nell’arco di quasi vent’anni. Dopo la pre-produzione vent’anni fa con Jean Rochefort e Johnny Depp, successero catastrofi su catastrofi.

A parte i problemi finanziari, alcuni set vennero distrutti da un’alluvione improvvisa. In più, Rochefort fu costretto ad abbandonare per motivi di salute. Il materiale già girato venne preso poi per un documentario, uscito 16 anni fa, dal titolo Lost In La Mancha.

In seguito al fallimento del progetto, Gilliam perse i diritti della sceneggiatura, recuperandoli solamente nel 2006. Tra il 2006 e il 2016, la pre-produzione ricominciò a più riprese, con periodici cambiamenti nel cast e nella sceneggiatura. Tra John Hurt, Robert Duvall, Michael Palin, Ewan McGregor e Jack O’Connell, i tentativi furono tanti e vani.

Nel 2017, il film riuscì definitivamente ad entrare e a completare con successo la produzione, con Jonathan Pryce nel ruolo di Chisciotte e Adam Driver nuovamente come Grisoni. Ma i guai non erano ancora finiti.

Presentato fuori concorso a Cannes, il film fu ritirato a causa di una causa legale tra Gilliam e Paulo Branco. Dopo la vittoria della causa, il film è stato finalmente distribuito lo scorso 27 Settembre. Andiamo, quindi, a scoprire meglio L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte.

La fiaba stralunata, attuale e onirica di Gilliam

Chiunque conosca per bene la filmografia di Terry Gilliam, sa alla perfezione che i suoi lavori sanno essere sempre in grado di sorprendere, a tal punto da diventare molto difficili da comprendere per la maggior parte del pubblico. La sua ultima creatura non è da meno.

L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte, che ai più potrebbe sembrare il classico adattamento di un’opera letteraria, in realtà è molto attuale. La trama (in puro stile grottesco, tipico del regista) si concentra su un vecchio calzolaio impazzito, Javier (Jonathan Pryce), che si convince di essere il mitico Don Chisciotte e su un giovane regista, Toby Grisoni (Adam Driver).

Quest’ultimo deve girare uno spot pubblicitario in Spagna, negli stessi posti dove da ragazzo aveva realizzato la sua prima opera sperimentale The Man Who Killed Don Quixote. Frustrato e tormentato dalla produzione, va alla ricerca dell’anziano, per riaffidargli la parte. Qui, però, scopre che in realtà lui non è mai uscito dal personaggio ed è convinto davvero di essere il celebre cavaliere di Cervantes.

Per loro, a questo punto, comincerà un’avventura che oscilla in bilico tra fantasia e realtà, una fiaba onirica costituita da tanti livelli, metafilmica e autoriale come poche, che trova la sua conclusione nella maniera più spiazzante. Ma chi conosce Gilliam non dovrebbe restare sorpreso.

La purezza dell’immagine e la metafora dei mulini a vento

Chiunque abbia visto il film, si è reso conto obbligatoriamente che la pellicola non rispecchia il classico stile odierno. Dietro L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte, però, si nascondono molteplici critiche, e Gilliam tenta di coinvolgere tutti gli spettatori. Si percepisce la sua voglia di un cinema “puro”, basato più sull’inventiva, sull’audacia del regista e sulle proprie doti, sulla visibilità e sulla nitidezza delle immagini (spettacolari, nel film) piuttosto che sulle direttive dei produttori.

In effetti, probabilmente il cineasta ha voluto rendere pubblica, in qualche modo, anche la vicenda con Paulo Branco di cui abbiamo già parlato in precedenza. Ha voluto mettere a conoscenza il pubblico di quanto, dietro il lavoro cinematografico, oggi come oggi ci sia un business troppo grande, che limita proprio ai registi di esprimersi secondo le proprie voglie e capacità.

È impossibile non ritrovare una critica ad Hollywood, alla banalità odierna della Chiesa, alle grandi produzioni, ad un sistema che sembra favorire tutti tranne che gli autori, che si sentono come Don Chisciotte quando battaglia contro i mulini a vento. Si invecchia, si impazzisce se non addirittura si muore in attesa di una nuova missione, in attesa di un nuovo Sancho Panza o una nuova Dulcinea.

Il ritorno di Jonathan Pryce e la consacrazione di Adam Driver

L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte, però, non è solo questo. Gran parte del merito per la riuscita della pellicola va indubbiamente ai due protagonisti: il figliol prodigo Jonathan Pryce e il nuovo astro nascente Adam Driver.

Tutti gli appassionati di Gilliam avranno reagito con una “lacrimuccia” alla vista di Jonathan Pryce di nuovo all’opera con il regista. Naturalmente, la mente riporta automaticamente a quello che, probabilmente all’unanimità, è il capolavoro di Gilliam: Brazil. Nell’opera meravigliosa dell’85, Pryce interpretava Sam Lowry, umile impiegato/eroe antisistema.

In qualche modo, qui opera la stessa identica operazione. Interpretare un personaggio allucinato, bizzarro, un’anomalia per questi tempi. E ci riesce alla perfezione come allora. Questa volta, però, una gran mano la dà Driver, che come “scudiero” dona fisicità, carisma e completa perfettamente l’opera folle di Gilliam. Un Driver che, con questa performance, si candida di diritto come nuovo “astro nascente” del panorama internazionale.

Una delle coppie meglio assortite della filmografia “gilliamiana”, che ricorda tanto quella Depp-Del Toro in Paura E Delirio A Las Vegas. E anche questo, da solo, vale il prezzo del biglietto.

Le incongruenze del plot

Naturalmente, dopo tutto questo tira e molla durato 25 anni, il film non poteva risultarne inerme. Uno degli aspetti negativi, sicuramente, de L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte è l’incongruenza, in tanti punti, del plot. Una trama che risulta sempre in bilico, che risente molto dell’incrocio tra realtà e follia tanto da seguire il suo stesso percorso.

Alcune sequenze risultano slegate tra di loro, non consentendo a pieno di godere dell’opera. In alcuni punti, il film risulta sbilenco, privo di pathos e badante più all’estetica che al suo vero e proprio contenuto. La trama pare ai più come sconclusionata (e Gilliam gioca anche su questo. Jonathan Pryce, mentre interroga Driver sul film, dichiara “Ah, ma c’è anche una trama?“, segno di autocritica), ma alla fine coincide con le scelte del regista in tutta la sua carriera.

Buchi che, però, Gilliam colma bene attraverso la sua solita dose di ironia/satira, che distoglie l’attenzione dai buchi di sceneggiatura. Ben fatto, Terry, oseremmo dire!
Naturalmente, il film non è per tutti, anzi è molto particolare ed è tutto fuorché commerciale. Ma questo è Terry Gilliam. Questo è L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte. Questo è il suo modo di fare cinema. Un cinema che, dopo 43 anni, continua a pulsare di vita e a fare scuola.