In occasione del decennale della fondazione della Facoltà di Medicina a Salerno, alcuni dei primi studenti iscritti raccontano la loro esperienza

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La Facoltà di Medicina di Salerno compie 10 anni. E a spegnere queste 10 candeline sono innanzitutto i primi 65 iscritti. È il loro personale compleanno. Fonte di orgoglio per tutti i sacrifici compiuti. E per averci creduto, anche quando gli ostacoli sembravano insuperabili. Un dolce anniversario. E, come in tutte le ricorrenze, riemergono dolci ricordi. Il momento in cui si scopre di aver superato un test difficile come quello di medicina è irripetibile.

“Mi viene ancora in mente quel 5 settembre, il giorno del test. E poi l’ansia mentre attendevo i risultati. E ancora, l’attesa dell’inizio dei corsi”, racconta Enza Di Stasi, attualmente specializzanda in Endocrinologia presso l’Azienda Ospedaliera Careggi di Firenze.

Le fa eco Egidio De Bon is: “Ricordo l’atmosfera trepidante del giorno del test d’ingresso, i giornalisti fuori dalle aule, la folla di studenti, l’ansia tangibile nei loro volti”.

Anche lui era tra quei primi 65 iscritti. Ha visto nascere la Facoltà. L’ha vista crescere, lentamente ma in maniera evidente. Ed è cresciuto insieme ad essa. “All’epoca mi sentivo già adulto e sicuro di me, ma guardandomi indietro mi accorgo che ero un bambino e sono maturato durante questi dieci anni, tra esami, corsi, lezioni, assieme ai miei colleghi”. E poi le prime lezioni. “Ricordo nitidamente la prima lezione, quella di biologia, con il Prof. Remondelli, seguita dalla lezione di chimica, con il Prof. Pellecchia”, racconta Egidio.

Il bello di questa neonata facoltà era il fatto di essere in pochi. Eravamo una vera e propria classe, nella quale ci conoscevamo tutti. Un’esperienza del tutto atipica rispetto alle altre facoltà universitarie”, ricorda Enza. I rapporti con i colleghi erano, dunque, solidi, stretti. E rendevano le ore di lezione e i tirocini molto più piacevoli. Così come diventavano più leggere anche le ore di studio, su quei libri enormi, ai quali poi quei 65 aspiranti medici si sono affezionati.

“Il primo libro che ho studiato è stato l’Alberts di biologia – racconta Enza – ce l’ho ancora nella mia libreria. E a volte lo consulto. È un libro prezioso, ricco di nozioni che mi sono ancora utili e mai me ne staccherei, non solo per motivi professionali ma soprattutto perché sono emotivamente legata ad ogni singola pagina. Persino la copertina evoca in me bellissimi ricordi del periodo universitario”.

“La caratteristica principale della nostra piccola “classe” universitaria era il fattore umano – afferma Egidio – i rapporti di amicizia che persistono tuttora con quei colleghi, e soprattutto il legame e il confronto costante con i professori, sempre disponibili ad ascoltarci e a favorire la nostra crescita”.

La profondità di questi rapporti umani ha avuto conferma nel periodo più duro, quando la facoltà era sull’orlo di un precipizio. I contratti dei professori. Le proteste degli studenti. Il rischio di non farcela. “E’ stato un periodo propedeutico alla crescita della facoltà – testimonia Egidio – e fu in quel momento che ci rendemmo conto tutti, studenti e docenti, che potevamo fare qualcosa. E infatti scendemmo in piazza, ci mettemmo in gioco. Va dato ai professori e al rettore di allora, Prof. Raimondo Pasquino, il grande merito di esserci stati vicini. E non era affatto scontato”.

Momenti di crisi si sono alternati a gioie e soddisfazioni, non solo per i singoli studenti, ma per tutta la facoltà. Un traguardo, il primo vero risultato concreto, prendeva forma per 16 di quei primi iscritti, che in una giornata assolata e calda di fine luglio esaudivano il loro sogno.

“Il giorno della laurea è indimenticabile – racconta con emozione Enza – fu una giornata lunga, vissuta in maniera amplificata per tutto ciò che significava. Era un risultato storico per questa Facoltà. E noi ne eravamo gli artefici. C’era l’ansia per le presentazioni delle nostre tesi, frutto di tanti sacrifici. Ma c’era soprattutto la soddisfazione per l’obiettivo raggiunto, e la gioia della condivisione con i colleghi che avevano vissuto giorno per giorno, fianco a fianco con me, questa esperienza. E con i professori che ci avevano supportato”.

Tante, però, le incertezze sul futuro professionale. “Il periodo di maggiore perplessità sul prosieguo della nostra formazione è stato quello dell’abilitazione. Stava per arrivare il momento della scelta della specializzazione. Personalmente, mi sono ritrovata a pensare a quale potesse essere la decisione più appropriata. E alla fine ho seguito il cuore. Mi sono innamorata dell’endocrinologia fin dalle prime lezioni. Ricordo la lezione sull’ipofisi, tenuta dal Prof. Tajana. Da allora non ho smesso di pensarci. A malincuore, ho lasciato la mia Salerno, per conquistare il mio sogno”.

Quello delle specializzazioni è un argomento molto dibattuto. L’esigenza di andare fuori, in un’altra città, presso un altro ospedale, per intraprendere la formazione specialistica è stata particolarmente sentita da quei primi 16 camici bianchi, tra i quali proprio Enza. All’epoca c’erano a Salerno solo due scuole, in aggregazione con la Federico II di Napoli, ovvero Medicina Interna e Chirurgia Generale. Ma il processo di istituzione di tutte le altre scuole, sia in aggregazione che in autonomia, è andato avanti, con l’obiettivo di colmare quelle lacune.

Come conferma Egidio: “E’ una strada lunga, nella quale la politica deve sposarsi con l’Università e il territorio, al fine di garantire a noi giovani medici un futuro più certo e una preparazione adeguata. Anche l’ospedale ha un ruolo preminente in questo processo di crescita. All’inizio, l’integrazione tra università e ospedale è stata complicata. D’altronde, si tratta di due sistemi diversi ma che convergono verso obiettivi sovrapponibili. Quando ci si è resi conto che tali obiettivi potevano essere raggiunti insieme, è avvenuta la svolta fondamentale”.

Il bilancio complessivo è del tutto positivo. “Questa Facoltà – sostiene Egidio – ha avuto una incredibile evoluzione. Il livello di formazione dei miei colleghi è molto alto, come stanno dimostrando, anno per anno, nelle prove nazionali di ingresso delle scuole di specializzazione. Anche le strutture sono sempre più a portata di studente, grazie anche all’apertura delle aule studio fino alle 22, un indubbio vantaggio per i fuori sede o per coloro che non possono studiare a casa. L’università diventa, quindi, una seconda casa, nella quale confrontarsi costantemente con gli altri colleghi e scambiarsi informazioni”.

Nel contesto della Facoltà di Medicina di Salerno, hanno trovato la possibilità di formarsi quali futuri camici bianchi anche studenti stranieri. Thair Teto, originario di Israele, al sesto anno di medicina, racconta la sua esperienza: “Mi sono trasferito a Salerno dall’Università di Pavia. Ho scelto di venire qui perché è una città tranquilla. Mi sono integrato piuttosto bene all’interno del campus, anche se manca un ufficio al quale noi studenti stranieri possiamo chiedere un aiuto. È stato strano fin dall’inizio studiare materie così impegnative. A volte avevo la tentazione di mollare tutto e tornare a casa, ma non mi sono arreso”.

Alle difficoltà, fisiologiche, nella preparazione medica si aggiungono i problemi nell’apprendimento della lingua italiana. “All’inizio non riuscivo a superare gli esami a causa della lingua. Sono riuscito a risolvere la situazione tra mille ostacoli grazie soprattutto ai miei colleghi italiani. Il confronto mi è stato molto utile”.

 

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