Politica al femminile: non un voto di fiducia, ma di uguaglianza

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Di donne in politica è assodato, ce ne sono poche, ma la via per l’emancipazione ha garantito il Suffragio Universale. Quello alle donne non deve essere un voto di fiducia, ma di uguaglianza

Politica femminile, un’amica sconosciuta che qui in Italia sembra ancora un’utopia ma che, in molti paesi dell’Europa, comincia a diventare una realtà fattibile.

Le cosiddette quote rosa sono ancora troppo poche per sancire una parità di genere che sia degna di questa definizione. Non si avvicinano neppure lontanamente ad un’ideale metà del tutto. Le cause sarebbero tante, veramente troppe. E tutte affondano le radici nel patriarcato.

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Politica al femminile: non un voto di fiducia, ma di uguaglianza

La storia ci suggerisce che fino al Suffragio Universale le donne erano bandite dal voto e parificate, nella loro condizione, a quella di interdetti e di bambini, ritenuti incapaci di votare. Erano considerate un’estensione del pensiero e dell’azione dell’uomo, senza una propria identità, autodeterminazione. Fino a pochi decenni fa l’istruzione femminile era considerata accessoria, e spesso inutile. Venivano tenute nell’ignoranza per impedire loro di opporsi, e riuscire ad amministrarle bene.

Si diceva che il loro compito naturale fosse quello di badare alla casa e alla famiglia, e venivano attribuite loro debolezze e virtù che nel tempo si sono cementate in stereotipi. Perché sì, i ruoli di genere non sono altro che costruzioni sociali, che ingabbiano in assurde logiche anche donne che scelgono di non avere figli, non sposarsi, oppure quando amano altre donne.

La conquista del voto purtroppo è stato solo un punto di arrivo, dopo il quale si è avuta solo una parvenza di parità. Le donne non hanno ancora accesso ad alte cariche, ma ricoprono ancora quelle secondarie, lavorano più degli uomini e guadagnano di meno, e sono talvolta costrette, durante i colloqui di ammissione, a rispondere a domande tendenziose sulla loro vita coniugale, come se ciò implicasse un doveroso sdoppiamento per la vita lavorativa.

La donna ha da sempre avuto un ruolo passivo nella politica, come se i diritti e i doveri che le spettano in quanto persona giuridica le fossero stati dati per gentile concessione, e non perché dovessero essere fornite di strumenti che mettessero in luce capacità di discernimento.

Tuttavia, esistono eccezioni che stravolgono questa insensata regola: figure di spicco come Margareth Thatcher, Primo Ministro del Regno Unito, oppure l’attuale cancelliera della Germania Angela Merkel, sono due esempi di autorità e capacità di governare un paese, viste con rispetto.

L’Italia invece è un fanalino di coda in tal senso, perché quando una donna ricopre un ministero immediatamente si maligna sul modo in cui l’abbia ottenuto, soprattutto se oltre ad essere intelligente è anche bella, oppure si presta attenzione a tutto meno a ciò che dice.

L’unico modo per destrutturare tali pregiudizi sull’inettitudine femminile alla politica è quello di smettere di nutrire riserve, e di dare possibilità di agire con piena stima, affinché le donne possano dar prova di saper fare tutto, con uguale merito.