Recovery Fund, ecco le imposte che la UE adotterà per coprire i costi

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La CE non dispone di fondi propri per erogare i 312,5 miliardi del RRF. E i Trattati le vietano di fare spese non coperte da entrate. In altri termini, la UE deve introdurre delle imposte ad hoc

Che il c.d. Recovery Fund non fosse tutto rose e fiori era evidente sin dall’inizio. Adesso però, anche la rosa più ambita del giardino europeo inizia a mostrare qualche spina. La Commissione Europea non dispone di risorse proprie per finanziare i 312,5 miliardi di sussidi previsti dal RRF, il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza. E i Trattati Europei le proibiscono di erogare nuove spese se queste non sono coperte preventivamente da entrate. Solo in casi eccezionali i Trattati permettono alla Commissione di indebitarsi per erogare questi sussidi. In altri termini, servono entrate certe e massicce per finanziare il Recovery Fund. In altri termini, servono tasse e imposte, perché i titoli e le obbligazioni potrebbero non bastare.

Per poter derogare al divieto di contrarre debiti, la Commissione ha adottato due strumenti: uno per consentire l’emissione di titoli e l’altro per garantire il flusso di denaro per il rimborso. Il primo strumento è un impegno formale fino al 2058 da parte degli Stati Membri di contribuire maggiormente al bilancio della UE, con un incremento dello 0,6% del Reddito Nazionale Lordo. Parliamo di 95 miliardi di euro all’anno in più (ai prezzi del 2018), di cui 12 ricadono sull’Italia. Il secondo strumento serve a garantire entrate certe per i prossimi 30 anni, a partire dal 2026. Con queste entrate, la Commissione rimborserà ai mercati le obbligazioni emesse per finanziare il Recovery Fund.

Il Recovery Fund richiederà l’introduzione di tasse europee

Stando ai regolamenti, queste somme non possono superare il 7,5% dei sussidi previsti dal Next Generation EU. Una cifra di circa 29 miliardi, che la Commissione ha previsto come tetto massimo per non indebitarsi troppo al fine di finanziatre il Recovery Fund. Ma reperire 29 miliardi di euro con entrare certe e in breve tempo non è facile neppure per la UE. Negli anni, la UE ha cercato di superare l’attuale modello in cui ben l’83% delle entrate provengono dai versamenti in proporzione al RNL e all’IVA, introducendo tasse e imposte dirette per finanziare la UE.

Introdurre queste tasse però richiede l’unanimità degli Stati Membri e fino ad oggi c’è sempre qualche Stato che si è messo di traverso. Stavolta però la muscia sembra avvero cambiata, giacché accettare i sussidi del Recovery Fund impegna formalmente gli Stati a rimborsare quella parte che non è afondo perduto. Torna così l’ipotesi della Plastic Tax europea. Una tassa retroattiva dal 1° Gennaio 2021, di 0,80 euro per Kg di plastica non riciclata. Poi arriverà una carbon tax che colpirà i prodotti di importazione extra-UE che hanno un’elevata impronta di carbonio. Ad essa si aggiungeranno una tassa sul digitale e una sullo scambio delle quote ETS (quote di CO2 emessa). La Commissione intende proporre anche una tassa sulle operazioni finanziare e un’imposta sulla base imponibile per le società. Quest’ultima prevede una base imponibile comune in luogo delle 27 oggi esistenti, alla quale si applicheranno poi le aliquote nazionali. Stando alla road map, la Commissione puntaad approvare queste nuove tasse e imposte per il 2025, così da renderle vigenti per il 2026. Ne vedremo delle belle.

Luigi Rescigno
Classe '90 e scienziato ambientale. Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Ambientali presso l'Università degli Studi di Salerno. Collaboratore di "A2C - Consulenza Tecnica Specialistica" e appassionato - fra le varie cose - di politica, ambiente, scienza, tecnologia, società, cultura. "L'ambiente è tutto ciò che ci circonda."

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Updated on 14 October 2021 - 20:41 20:41