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Questo che si preannuncia come il romanzo dei misteri (chi è S., il protagonista dell’opera? E chi è Domingos Bomtempo, la mirabile penna che ci tiene incollati fino all’ultimo capoverso?) si rivela, in realtà, misterioso solo per l’identità dell’autore (anonimo dietro al quale può celarsi qualsiasi mente, non ultima quella dello stesso S. le cui vicende vengono narrate nel libro)

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E sì perché l’S. di cui si parla nel romanzo, l’unico portoghese ad aver vinto il premio Nobel per la letteratura, è chiaramente Saramago ovverossia quel nome

che pure a dividerlo in due era strano, la prima parte nome di donna e la seconda carica di molti poteri, come se in lui vi fosse una femmina stralunata dalle magie di un uomo.

Femmina-uomo, maschio-femmina: già, è proprio dal connubio peccaminoso di queste due nature discinte (i genitori che rantolavono nudi sopra una stuoia, e alla fine ululavano (…), soprattutto sua madre che pare che la scannassero. E a occhi chiusi vedeva le croci di sangue disegnate sui loro petti), proprio da questo accoppiamento selvaggio la cui violenza oltraggiava i sogni notturni del piccolo S., dicevo, che nasce l’impotenza del protagonista che si nutre di erezioni molli e vischiose, alla stregua dei flaccidi e imbelli contorcimenti di una lumaca.

Purtuttavia, però, il “maschio” S. ha le sue esperienze sessuali, in alcuni casi trasferendo la mascolinità in altro muscolo del corpo; in altri, per un’immediata e misteriosa suggestione, facendo leva proprio sullo stesso membro che troppe volte era rinculato in vergognose ritirate. Fino ad arrivare all’ultimo amore di S., la giovanissima compagna giornalista che gli fa anche da agente, ad aspettare la quale, assieme al suo cane Arrivato (ironia della sorte, il nome scelto per l’animale è proprio quel participio passato tante volte inutilmente invocato dal protagonista), passa molte notti insonni.

S. il Nobel privato

Romanzo erotico, quindi, questo di Bomtempo. Poi, però, c’è il Nobel, la patente che, tra ironia e disincanto, trasforma lo scrittore S. nell’oracolo che può finanche dire, quasi senza pagare pegno, che il Portogallo è una regione della Spagna. Lo stesso Portogallo, amato fino ad ammalarsene ma, ad un tempo, odiato al punto da costringerlo a rifugiarsi nella più “laica” Spagna che continua, nonostante tutto, ad ammaliare il protagonista:

del resto, cosa poteva capitare ad un popolo che nella piazza principale della sua capitale ha una statua equestre che dovrebbe rappresentare un suo re e invece (…) è solo la statua a cavallo di un messicano?

Ma, dicevamo, il premio Nobel. Proprio attorno a questo ambitissimo premio, ruotano altri scrittori non menzionati nel libro, tutti comunque invidiosi dell’ambito riconoscimento conseguito da S.. Tra gli altri, il nostro Tabucchi che, secondo S., è a tal punto stitico nello scrivere, che l’editore è costretto ad allungare il brodo con numerosi fogli bianchi; l’altro portoghese Antunes, l’eterno secondo, che quando l’editore non può riceverlo subito perché occupato in altre faccende, si vede imbrattato il bagno di piscio sistematicamente depositato fuori dalla tazza. E poi non costa fatica ravvisare l’eclettico Dario Fo, di cui S. parla, invece, per illustrarci la reazione sorpresa dell’intellighenzia per l’assegnazione del Nobel al “saltimbanco italiano”.

Che poi, a dirla tutta, ‘sto Nobel non è che sia ‘sta gran cosa, come rivela sornione lo stesso S. quando riporta i consigli della giovane moglie:

Vuoi diventare famoso? (…) Scrivere cose difficili che tutti possano capire. Insomma, se li fai sentire intelligenti, non ti ferma più nessuno. Butti lì una difficoltà e poi la spieghi senza che loro se ne accorgano. Se ce la fai, diventerai uno degli scrittori più famosi del mondo, soldi a palate, case e ville.

S. il Nobel privato vuole essere inoltre, sia pure in minima parte, il libro degli ideali politici, di quel comunismo sempre difficile da perseguire (d’altronde, come si affretta a precisare, sagace, S., è molto più facile fare il bene che il male) ma che comunque, in lui che ha vissuto le coperte impegnate dalla madre non appena finiva l’inverno, è sempre presente, nonostante l’agiatezza attuale.

Infine, ma questa è una tematica che potremmo definire, assieme alla sessualità, la traccia più vivida del romanzo, vi è la tenerezza struggente di S. che ci viene presentato, per larga parte dell’opera, nella sua veste di vecchio ultraottantenne. E sembra quasi di vederlo lì, insonne e in colloquio perenne con l’altrettanto decrepito Arrivato, nella casa in riva al mare. Entrambi aspettano che la risacca della notte riporti loro i passi dell’amata donna e padrona, di ritorno dall’ennesimo tradimento richiesto dalla sua carne indomita. E come ogni volta, quando le sue vesti ancora contaminate da intemperanze virili che resistono, sfrontate, alla salsedine purificatrice segnalano l’avvicinarsi della sua presenza, il vecchio cane e l’ottuagenario S. ritornano in vita. Quella stessa vita che il protagonista ammira, estasiato e commosso, nelle fogge della giovane moglie che dorme stanca, complice una porta lasciata colpevolmente socchiusa. Quella stessa vita, infine, che esigerà l’ultimo rantolo del nostro S., incapace di trattenere ancora oltre l’amore incommensurabile per l’uomo e le sue dolcissime miserie.

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