Scattone tra diritto al lavoro e gogna mediatica

giovanni scattone

Scontata la pena per l’omicidio Russo e ammesso in ruolo con la Buona Scuola, Giovanni Scattone rinuncia alla cattedra: i motivi della decisione

Risale a qualche giorno fa la barzelletta Scattone, come i più l’hanno etichettata. La beffa della Buona Scuola, che annovera tra le sue file il responsabile dell’omicidio di Marta Russo, chiamato ad insegnare, guarda un po’, psicologia all’istituto professionale Einaudi di Roma.

Passato di ruolo così, neanche fosse una persona pulita.

A due giorni dalla divulgazione della notizia, tirino un sospiro di sollievo i benpensanti: Scattone esce di scena, con una dignità al limite della commedia, e fine della barzelletta.

“Con grande dolore ed amarezza, ho preso atto delle polemiche che hanno accompagnato la mia stabilizzazione nella scuola con conseguente insegnamento nell’oramai imminente anno scolastico (…). Se la coscienza mi dice di poter insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all’incarico.”                                                                                           

Abbandona la cattedra che gli sarebbe spettata di diritto, il delinquente, ricomponendo quella morale tanto sconvolta dal suo incarico.                                                                                                        

“Una decisione di buonsenso”è il commento comprensibile, umano, legittimo, di Aureliana, madre di Marta.

Tutto finisce per il meglio, insomma, non fosse che per qualche frasetta, nel libro che sul piatto della bilancia pesa più degli altri –la Costituzione –che suona più o meno così:

“Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato.”

E Scattone la sua pena l’ha scontata. Giusta o sbagliata, poco severa o no: cinque anni e quattro mesi per omicidio colposo, nessun riferimento all’interdizione dall’insegnamento. O al macigno della gogna mediatica.

Che poi, della coscienza, fatto estremamente personale, se ne risponde in una sede che non è di questo mondo, e i benpensanti questo lo sanno.

 “Ho rispettato, pur non condividendola, la sentenza di condanna. Quella stessa sentenza mi consentiva, tuttavia, di insegnare. Ed allora sarebbe stato da Paese civile rispettare la sentenza nella sua interezza.”                  

Finisce così, con l’ultima lezione del Professor Scattone, questa ennesima, tragica, commedia all’italiana.