Se ci fosse ancora Marlon…



Marlon

Novantadue anni fa, ad Omaha nel Nebraska, nasceva uno dei più grandi attori americani di cinema e teatro: Marlon Brando. Dal debutto ribelle in “Remember Mama”, fino al successo con “Un tram chiamato Desiderio”, il ritratto di un mostro sacro della settima arte, in grado di superare ogni declino e a restare sempre sulla cresta dell’onda per oltre sessant’anni

«Mentire per vivere, ecco cos’è la recitazione. Non ho fatto altro che imparare a esserne consapevole. Tutti voi siete attori, perché siete tutti bugiardi. Quando dici qualcosa che non intendi o quando eviti di dirla, questo è recitare. Recitiamo tutti, alcuni vengono pagati per farlo. Devi essere qualcuno, se non lo sei è un peccato, e resti solo. Recitare significa inventarsi le cose, ma va bene così. La vita è una prova, la vita è un’improvvisazione».

Fu onesto fino alla fine, Marlon Brando: nato ribelle, morì tale, dopo una carriera durata più di sessant’anni.

Marlon
Marlon Brando nel 1948

Di quelli della sua generazione pochi hanno avuto il suo successo e pochissimi sono rimasti sulla cresta dell’onda per così tanti decenni come ha fatto lui, e in questa battuta, rilasciata nella sua biografia cinematografica “Listen to me, Marlon“, lui non si tirò indietro, dicendo al mondo con chiarezza impopolare, cos’era per lui, e cos’è veramente, l’arte recitativa.

Sono già più di dieci anni che Brando ci ha lasciati e di attori onesti come lui ce ne sarebbe ancora bisogno, perché Marlon, in vita e dietro la macchina da presa, è riuscito a fare quello che l’attore perfetto dovrebbe sempre fare, ossia riuscire ad interpretare tanti ruoli diversi con mille differenti volti.

Oggi abbiamo tanti bravi attori, ma la maggior parte recita sempre nella stessa parte e alcuni difettano persino di espressività.

Brando, invece, seppe passare dal ruolo del boss Don Vito Corleone  a quello di semidio del colonnello Kurtz in Apocalypse Now, passando per l’insoddisfatto e frustrato Paul di Ultimo Tango a Parigi, a quello di rozzo e duro Stanley in “Un Tram che si chiama Desiderio“.

Nel primo, egli fu un criptico boss della malavita, un uomo capace di nascondere con tutto l’affetto di nonno e padre, quel senso d’omertà dell’organizzazione malavitosa che esso stesso guidava. Nel secondo, egli fu un disertore che combatté il potere di chi aveva voluto costringere una generazione di americani ad andare combattere in una terra sconosciuta, il Vietnam, per la libertà di un popolo che non la voleva.

In mezzo ci saranno i ruoli duri ma diversi del violentatore Stanley, che costringerà la Blanche di “Un Tram che si chiama Desiderio” all’esaurimento nervoso e al suicidio, oltre a quello del redento pugile di Fronte del Porto.

Ci manca, Marlon Brando, anche per il suo impegno politico: finanziatore della campagna di JFK e sostenitore dei diritti degli indiani d’America, fu spesso osteggiato dal potere proprio per questo suo atteggiamento controverso. Ma egli stesso fu la dimostrazione che le convinzioni hanno più forza del potere che gli si oppone. E come tale, Brando vinse.

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