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I tre emendamenti, a firma Finocchiaro, alla riforma del Senato riportano la calma in casa dem. Nonostante le modifiche, e le esultanze della minoranza interna, la sostanza del ddl Boschi non sembra però cambiare

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La riforma del Senato (il cosiddetto ddl Boschi), in procinto di essere discusso a Palazzo Madama (per la terza lettura), nel suo iter parlamentare ha vissuto diverse fasi che hanno portato a situazioni particolari tutte interne alla maggioranza di governo (o meglio al partito di maggioranza relativa di governo).

renzi e bersani senato
Renzi e Bersani, i protagonisti dello scontro sulla riforma del senato

Infatti, dopo gli scontri istituzionali con il Presidente del Senato Grasso e gli strappi, più volte annunciati ma mai portati avanti nella realtà, della minoranza dem si è arrivati alla “tragicomica” soluzione fra le parti: cambiare quel tanto che basta per non cambiare niente.

Grazie a tre emendamenti, depositati nella notte e firmati dai capigruppo Zanda (Pd), Schifani (Ap) e Zeller (Autonomie), si è totalmente risolta la situazione con conseguente benedizione di Bersani&co.

Le tre proposte di modifica riguardano sostanzialmente il tema maggiormente discusso in questi giorni (l’elezione dei nuovi senatori), ma anche le funzioni del nuovo Senato.

Escludendo le competenze (elezione di due giudici costituzionali e controllo politiche UE), l’elezione dei futuri senatori sarà effettuata “In conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge”.

Nonostante l’esultanza da parte della minoranza dem (con il portavoce Bersani a dichiarare “Gli elettori scelgono i senatori… questo è il principio costituzionale, i dettagli li si vedranno come giusto nella legge elettorale”), si può notare un cambiamento nella riforma del Senato praticamente nullo.

In questa specifica situazione, infatti, i senatori saranno comunque dei nominati dai partiti in quanto, come è ormai noto da anni, le elezioni regionali sono totalmente dominate da portatori di voti.

A ciò si deve aggiungere anche la “posizione dominante del momento” che porterebbe vantaggio all’uno o all’altro candidato solo perché considerato vincente in quel determinato periodo storico (come accaduto con l’accordo tra De Luca, cosentiniani e demitiani).

Infine, questa brillante trasposizione in salsa “tatarelliana” del Senato, creerebbe ancora più conflitto a livello locale, soprattutto tra le correnti interne dei partiti, per la corsa al posto di Senatore tanto da rendere secondarie le questioni realmente importanti per la popolazione.

Come accaduto già per Jobs Act, Buona Scuola e Italicum, anche in questo caso l’ambiguo atteggiamento della minoranza Pd genera l’ennesimo “passo del gambero” in un partito ormai privo di qualsiasi logica (politica e non) per potersi definire tale.

Partono tutti incendiari e fieri, ma quando arrivano sono tutti pompieri (Ti ti ti ti, Rino Gaetano)

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