Tarantino e la sua ”ottava meraviglia”

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Ribelle ed efficace, Tarantino continua a insegnare cinema, ma viene snobbato agli Oscar

Nel computo totale, l’ottavo film del regista Tarantino si posiziona saldamente nella top three dei suoi masterpieces. Secondo solo a ”Le Iene”, la pellicola in 70 mm candidata a tre Golden Globe [Miglior attrice non protagonista Jennifer Leigh, Miglior Sceneggiatura e Miglior Colonna Sonora] non è però riuscita nell’ardua missione di competere con film dalla forte tematica sociale come ad esempio Il caso Spotlight e tantomeno con la pellicola che ha stradominato ai Golden Globe, ovvero The Revenant.

Tutto ciò nonostante la sua forza politicizzante, satirica, amorale, eccessiva, splatter – mode, thrilling.

Chi più di tutti avrebbe meritato quantomeno la nomina è lo sceneggiatore, Tarantino stesso, che ancor prima di essere regista, ha modellato un altro capolavoro a sua immagine e cinepresa creando una trama fitta e densa di colpi di scena, divisa in chapters: buon espediente la divisione in capitoli per fare salti temporali all’indietro quasi come fosse un romanzo, con un duplice obiettivo:

1)Spiegare avvenimenti appena accaduti mettendo a fuoco la narrazione da un punto di vista diverso, con una focalizzazione sempre interna alla storia ma diametralmente opposta.

2)Intitolare i passaggi con un tocco thrilling, perché senza dubbio questo film riporta alla mente la scena de ‘’Le Iene’’ in cui, anche lì rinchiusi tra quattro mura, ci si interroga su chi sia il traditore. Fuori da ogni schema è per me questo movimento, inteso come movimento interrogativo ricco di suspense, sangue, stravolgimenti epocali di narrazione, colpi di scena. Tutto questo, durante una tormenta di neve, nella merceria di Minnie.

Emozionante la colonna sonora di Ennio Morricone, vincitore ai Golden Globe e quasi sicuramente anche agli 88esimi Academy Awards.

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Samuel L. Jackson, main character della pellicola, offre una magistrale interpretazione in un film che raccoglie molti dei fedelissimi del maestro Quentin, avrebbe sicuramente meritato la nomina per la statuetta come miglior attore protagonista ed avrebbe accontentato Spike Lee. Difatti il noto attore non parteciperà alla cerimonia hollywoodiana di febbraio in segno di protesta nei confronti dei giudici dell’Academy per non aver messo in lizza nessun attore di colore.

La nomina ai Golden Globe per Jennifer Jason Leigh come miglior attrice non protagonista è molto discutibile a mio avviso, poche le sue battute e interpretazione da dimenticare. Da segnalare il sempre azzeccatissimo Kurt Russell, che all’inizio della pellicola prende in mano le redini narrative e di scena del film, pronto a scalzare con affetto e senza remore un Tim Roth relegato ad un ruolo di poco peso specifico.

Tarantino prosegue il suo percorso in maniera eccelsa, con giochi di macchina da presa e movimenti teatrali, con tentativi di avvelenamento da smascherare creando un filon rouge con tutta la bibliografia di Poirot e di Miss Marple, sovrani incontrastati della letteratura di stampo poliziesco.

Ma la domanda è: ‘’Questo è un film (spaghetti) western’’?

Ovviamente no. Non bastano una carrozza, uno pseudo-sceriffo (Walton Goggins voto 6,5 alla sua interpretazione) e dei cacciatori di taglie per considerare The Hateful Eight un film western.

È un film da divorare, stupefacente da ogni lato voi lo guardiate. I cambi di narrazione fanno sì che non ci sia un protagonista incontrastato, quasi come se Tarantino volesse mettere tutti  alla prova. I due che ne escono vincitori, sono sicuramente Samuel L. Jackson e Kurt Russell che resteranno nella storia di questa pellicola 70 mm dalla dimensione teatrale e teatrante che non ha nulla di western, o quasi.

Fin troppo snobbata l’ottava ‘odiosa’ meraviglia di un maestro della dialogicità, della sceneggiatura e della politica cinematografica improntata sull’udito e poco sull’occhio.

Voto: 9.5/10