The Mule, Clint Eastwood

Per l’ultima corsa Clint Eastwood sale a bordo di un pick-up. Con The Mule l’attore e regista si reinventa straordinariamente a 88 anni. È il film-testamento

Il tempo, così come il desiderio di essere accettati e amati per quel che si è, non si può comprare. Earl Stone (anche se la storia ricalca quella vera del corriere di droga ultranovantenne Leo Sharp), un orticoltore caduto in rovina, lo sa bene. Lo sa la sua ex moglie Mary, ed anche la figlia Iris (interpretata proprio dalla figlia di Eastwood, Alison – nata dal primo matrimonio) con la quale non parla da 12 anni (Alison aveva proprio 12 anni quando suo padre divorziò).

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La famiglia è la cosa più importante, non fate come me. Ho anteposto il lavoro alla famiglia. Pensavo fosse più importante essere qualcuno da un’altra parte invece del fallimento vero a casa mia. Sono stato un pessimo padre, un pessimo marito. Ho rovinato tutto.”

Eppure, quello di Eastowood, un film che sembra testamento, non si sviscera – almeno alle prime battute – sull’esistenzialismo. È la storia di un corriere della droga nata un po’ per caso, di un ottuagenario a tratti egoista ma dalla impetuosa ironia. Insomma, un figlio di puttana che si ritrova a macinare chilometri su chilometri dopo che la sua storica attività è fallita: causa internet. Così la prima corsa. La seconda. La terza. I sostanziosi pagamenti poi tradotti nel dare vita al matrimonio dei sogni di sua nipote, rimettere in sesto il locale dei reduci di guerra, aiutare amici in difficoltà. Fino a trascorrere sei mesi della sua vita a bordo di un pick-up con la droga custodita nel suo bagagliaio, senza troppi camuffamenti. Eppure, nonostante questi viaggi da A a B e da B a A, la regia di Eastwood e la scheggiatura di Nick Schenk non annoiano mai. Anzi. I due collaborano di nuovo insieme dopo un altro grande capolavoro: Gran Torino. Eppure, con quest’ultimo citato, emergono analogie e anche differenze: come la presenza di un’automobile come elemento veicolare della narrazione (la Ford Gran Torino, il pick-up) ma, Walt Kowalski (anche lui un veterano di guerra) è risoluto, fermo, burbero – l’esatto opposto dell’ironico Earl.

In ogni corsa viene aggiunto sempre un elemento in più: tutti punti di congiunzione in un anello che si chiuderà, per ovvi motivi, solo nelle scene finali del film. La narrazione è inverosimilmente leggera: Earl trasporta centinaia di chili di cocaina, potrebbe perdere tutto in un istante, eppure, fischietta, canta Dean Martin, si ferma in disseminati posti, aiuta automobilisti in difficoltà ma, arriva sempre a direzione. Earl è un uomo che non ama perdere tempo, vuole goderselo – anche alla luce della sua veneranda età – eppure, vuole imporlo agli altri. Proprio l’atteggiamento anarchico del Tata più volte spariglia le pedine sul tavolo, complicando il lavoro dei narcotrafficanti e della DEA.

È difficile comprendere se il viaggio, perché di questo si parla in modo indiretto nella regia di Clint Eastwood, sia catartico, redentore o inteso come una fuga. Earl, forse, comprende troppo tardi il valore della famiglia, ancor di più la caducità della vita. Sarà che ogni viaggio compromettano sempre di più la posizione legale del Vecchio Mulo ma, dall’altro lato, c’è la consapevolezza di voler riavvicinarsi alla sua famiglia, per troppo tempo dimenticata, bistrattata e umiliata.

Quello di Clint Eastwood è un film testamento. È una scelta del mito dei Hollywood di fermarsi a razionalizzare. Aprire una parentesi sul tempo trascorso, farlo in un film che unisce la commedia, il dramma, il thriller e il road-movie, è straordinario. Commuovere, lo è ancor di più. Perché Earl e Clint Eastwood, forse, un po’ si somigliano. Perché divide il mondo, ma non in buoni e cattivi: ma in quelli che sono attaccati al cellulare, alle “lesbiche” e ai “negri”, ma non per offendere e macchiarsi di razzismo, ma perché tutto avrebbe bisogno di un’etichetta, così da rendere il mondo un luogo più semplice. Allora Earl trova conforto nei fiori, nelle compagnie disimpegnate, nella disillusione, sull’essere lontano dagli “altri” per sentirsi “se stesso”.

Clint Eastwood, ad 88 anni, insegna ancora cinema. Ad essere padroni della scena. A commuovere senza dover fare inutile propaganda a stelle e strisce, lasciando – almeno in questo film – qualunque senso didascalico. È una pellicola che serve, che ci serve a capire che nulla dovrebbe sfuggirci di mano, né la nostra vita, né di quella delle persone che amiamo.

Ti amo, mary.
piu’ di ieri?
mai quanto domani.

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Francesco Celetta
Francesco. Stoico. Giornalista Pubblicista presso le testate giornalistiche Zerottonove.it e Zon.it. Studente presso il Corso di Laurea in Scienze Politiche - Relazioni Internazionali. Sul mio comodino té, libri, gli abbonamenti ad Amazon Prime e Netflix. Vivo la mia vita in un equilibrio tra Downton Abbey e Matrix.