Il nuovo film di Paolo Genovese, The Place, è un viaggio al centro dell’anima, dilaniata tra bene e male, spesso controllata da una sola grande Passione

Dopo il successo di “Perfetti Sconosciuti”, Paolo Genovese è tornato, dal 9 Novembre, al cinema con “The Place”. Tratto dalla serie americana prodotta da NetflixThe Booth at The End, il film rappresenta la chiusura di un cerchio, sia per il regista che per alcuni degli attori del suo cast corale.

Da una parte Paolo Genovese continua a trafiggere con la sua cinepresa le fragilità dell’animo umano, le quali se in “Perfetti Sconosciuti” erano in qualche modo mediate da uno smartphone, in “The Place” cadono sotto al giogo dello sguardo impietoso di Un Uomo (Valerio Mastandrea) al quale tutti i clienti di un bar non meglio identificato, e poi cercheremo di capire perché, chiedono la realizzazione di un desiderio, ricevendo in cambio un compito da svolgere.

L’Uomo del Bar è interpretato da Valerio Mastandrea e riguarda proprio lui la seconda chiusura del cerchio che “The Place”, prodotto da Medusa Film, mette in atto.

In “Fai bei sogni” (2016) di Marco Bellocchio l’attore romano interpretava Massimo, un uomo rimasto orfano della madre quand’era ancora un bambino, che per questo si è spesso trovato costretto a dare un nome ed una consistenza fisica alle sue insicurezze, quel Belfagor, figura archetipica dell’horror della settima arte, che spingeva il nostro su strade poco ortodosse. Con il film di Paolo Genovese, Mastandrea passa dall’altra parte della barricata, assumendo lui stesso le fattezze di un Belfagor, riflettendo come in uno specchio tutto il male che vive nei desideri inconfessati di chi gli siede di fronte.

The Place ovvero “Cosa saresti disposto a fare per ottenere ciò che vuoi”

Cosa chiedono all’uomo i clienti del bar che gli si siedono di fronte?

Hanno tutti un’anima inquieta, incompleta, vogliono recuperare qualcosa o qualcuno: la signora Marcella (Giulia Lazzarini) vuole che suo marito guarisca dall’Alzheimer, lo rivuole a casa com’era prima. Luigi (Vinicio Marchioni) è un padre che vuole salvare suo figlio da una grave malattia e per questo sarebbe addirittura disposto ad uccidere una bambina, Fulvio (Alessandro Borghi) vuole recuperare la vista.

Poi c’è Ettore (Marco Giallini) che vuole recuperare il rapporto con suo figlio. Alex (Silvio Muccino), così come Azzurra (Vittoria Puccini) quello con suo marito. Ma c’è anche chi vuole semplicemente recuperare l’amore per se stessa, come Martina (Giulia D’Amico) che si rivolge all’uomo per essere più bella, o per recuperare il rapporto con Dio come Suor Chiara (Alba Rohrwacher), o dare finalmente una consistenza fisica ai propri idoli, come Odoacre che vuole passare una notte con la diva dei calendari che tiene appesi nella sua officina.

“The Place”: tutto comincia da un patto, un contratto, come nel migliore espressionismo tedesco

Stringere un patto con l’Uomo, accettare il compito che ti assegna è cosa pericolosa. Lo sa bene Odoacre, che è tra quelli che rimangono vi rimangono invischiati senza più poterne uscire. L’idolo che lui brama costantemente, non è solo qualcuno degno della nostra ammirazione ma anche, la filosofia di Francesco Bacone insegna, qualcosa che progressivamente esercita il controllo su di noi.

Questo è, per tutti i suoi clienti, l’uomo del bar: intangibile (egli infatti non si fa toccare da Fulvio), indefinibile (non risponde alle domande della barista, Sabrina Ferilli, che tentano di scavare nel suo privato). L’uomo è la nostra anima sfatta, affaticata, da tutti i compromessi che via via abbiamo accettato, forse per far finta di essere felici.

“The Place” è un luogo dell’anima, è l’anima stessa

È così che “The Place” diventa un luogo dell’anima, l’anima stessa di ogni uomo. Qualcosa di incompleto, indefinito nel tempo e nello spazio. Dal punto di vista temporale infatti la narrazione si svolge in un nervoso susseguirsi di giorni e notti, l’unico riferimento temporale certo è la domenica in cui la signora Marcella metterà la bomba da lei costruita in un locale lì vicino.

“The Place” si trova poi in uno spazio indefinito, al centro di una serie infinita di incroci. È un’anima ristretta (nell’inquadratura claustrofobica, c’è spazio solo per l’uomo e per il suo cliente), chiusa nel suo interno ma comunque esposta ai flutti dell’esterno (il locale ha delle porte a vetri che rendono visibile lo spazio all’esterno).

“The Place”, la colonna sonora è di Marianne Mirage

Tutti questi postulati vengono ripresi e amplificati dall’omonima colonna sonora di Marianne Mirage. Nella canzone, Giovanna Gardelli, nota al pubblico mainstream per aver partecipato tra i Giovani all’ultima edizione del Festival di Sanremo, dà voce alla parte mancante dell’anima di cui tutti siamo alla ricerca. 

“È un po’ che mi hai lasciato qui” si cruccia lei, come in un limbo in cui tutto è sospeso, per poi esplodere in tutta la sua forza dirompente, come la fiamma che brucia i patti portati a termine, nel ritornello, in cui la voce di Marianne dà finalmente all’anima ciò che le spetta, la forza che le mancava per attraversare se stessa.