La recensione della prima stagione di The Booth at the End, la serie tv targata Netflix da cui Paolo Genovese ha tratto il suo nuovo film The Place

Cosa sei disposto a fare per esaudire il tuo desiderio? Questa la domanda a cui la serie TV The Booth at the End di Christopher Kubasik ci mette di fronte. Ognuno di noi ha un desiderio, un sogno nel cassetto, dal voler sentirsi più bello, al volere il bene di una persona cara, al risentire la voce di Dio. Tutti hanno un desiderio e, finalmente c’è qualcuno che può esaudirlo.

Tutti i giorni per tutto il giorno un uomo, infatti, siede al tavolo di un Drive-In, pronto ad ascoltare le richieste più disparate. Come ci è sempre stato insegnato, tuttavia, nulla è gratuito, tantomeno in questo caso. L’uomo misterioso per ogni desiderio apre impassibile la sua agenda, assegnando per ogni richiesta un compito da svolgere. Quel che vuole in cambio è che ogni persona racconti i dettagli sullo svolgimento del proprio compito.

Una serie tv metateatrale

Le cinque puntate si suddividono in continui sketch più figli del teatro che del cinema, il Drive-In come unico palco. I personaggi, tutti diversi per età, ceto e valori, non si incontrano mai. Il tavolo prestabilito, se non per rare eccezioni, può ospitare solo due persone: l’uomo e chi decide di stringere il fatidico patto.

Ognuno, allora, traccia schizzi della sua storia, dandoci la possibilità di disegnare nella nostra mente i frammenti visivi delle sue azioni al di fuori di quelle quattro mura. Non ci troviamo, infatti, in una classica conversazione paziente-terapista, bensì tra vere e proprie chiacchiere da bar, intervallate da bibite e speranze.

La speranza è nel volto di ogni personaggio, che cerca a sua volta di scrutarla inutilmente negli occhi apparentemente tersi e visibilmente stanchi del cosiddetto “mago”. Volti che da speranzosi divengono via via stanchi come quello dell’uomo, rappresentante più che di un diavolo o daimon, della vera e propria materializzazione del Fato eschileo. Perché egli fa una proposta sì, mette ognuno di fronte ad una scelta, ad un atto per lo più turpe per la propria ideologia e ben proporzionato al desiderio, ma non costringe nessuno. Ognuno decide volontariamente di asservire al patto come di scioglierlo. Quel Fato capriccioso, in fondo, offre solo la possibilità di poter, per una volta, scegliere. 

Gli otto personaggi (ai quali aggiungere la cameriera Doris), allora, sono maschere, che come nelle tragedie di Eschilo, analizzate senza scendere troppo in profondità, viaggiano tra il tavolo e l’uscita del locale ininterrottamente, divenendo icone del mondo contemporaneo, portatrici e distruttrici di valori, rendendo una semplice serie tv un vero e proprio dibattito catartico e paideutico su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, stando attenta a non cadere mai nel moralismo.

Un dibattito visivamente duale, ma realmente corale. Il Fato, difatti, è in sé obbligato ad intrecciare e slegare di continuo le singole vite, creando il suo filo conduttore, portando ad uno scioglimento dato dall’effetto domino, rendendosi madre-matrigna di ognuno, coscienza e giudice di eroi quotidiani che, compresa l’impossibilità di vincere sul Caso, prendono atto delle proprie azioni e passano il testimone al prossimo fortunato-condannato.