villa floridiana

Il Museo sorge presso la neoclassica Villa Floridiana, una delle più importanti dimore nobiliari della città

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Il Museo nazionale della ceramica Duca di Martina è uno dei più bei musei di Napoli e della Campania, oltre ad uno dei più importanti d’Italia per le arti decorative. Sorprendentemente ricco di pregevoli opere di manifattura occidentale ed orientale, con i suoi oltre seimila pezzi che spaziano dal XII al XIX sec., il museo, tuttavia, non gode della stessa notorietà di cui godono il Museo di Capodimonte e, soprattutto, il Museo Archeologico.

Pur essendo ubicato nel quartiere Vomero, il più esclusivo e tranquillo della città partenopea, è pressoché ignorato dalla maggior parte dei turisti che, troppo spesso, sono all’oscuro perfino della sua esistenza. Visitandolo capirete subito il perché di una simile mancanza di considerazione.

Il Museo sorge presso la neoclassica Villa Floridiana, una delle più importanti dimore nobiliari della città, un tempo abitata da Lucia Migliaccio, la nobile siciliana che Ferdinando I delle Due Sicilie sposò nel 1814, due mesi dopo la morte della prima moglie, Maria Carolina d’Austria. La villa ha proprio tutto delle residenze borboniche: l’eleganza, l’opulenza e, non ultimo, l’immancabile parco.

Spiace notare come oggi il parco non sia più curato ed impeccabile come ai tempi degli antichi fasti borbonici, quando esso era un tripudio di fiori e di piante grazie all’ingegno di Friedrich Dehnhardt, il giardiniere reale; in quell’epoca il parco era ricco anche di animali esotici d’ogni sorta, capriccio della consorte del re che vi aveva fatto costruire una uccelliera enorme e spazi adibiti alle tigri, ai leoni, agli orsi e ai canguri, questi ultimi per l’epoca erano una rarità, costata al re ed al patrimonio archeologico campano ben diciotto papiri di Ercolano d’inestimabile valore.

Certo che con la diffusione degli zoo e con un mondo sempre più globalizzato e tecnologico in cui è possibile vedere e conoscere animali di tutti i tipi comodamente da casa, è giusto che oggi gli animali esotici siano altrove, non più capriccio di reali o appannaggio egoistico di difficile gestione, logistica ed economica, e, tuttavia, il polmone verde del Vomero, seppur non abbellito da fiori o impreziosito da una fauna esotica, oggi ha la fortuna di ospitare una simpatica colonia felina, unico elemento di colore in un panorama oramai spento e anonimo, a tratti sporco, che non ha nulla di reale e fiabesco. L’unica parte del parco ancora gradevole è sul retro della Villa, dove vi è una scenografica scala che culmina in un laghetto con numerose tartarughe Trachemys. La vista panoramica da lì è davvero bella e suggestiva.

L’interno del Museo, invece, lascia stupefatti per quante opere vi siano celate. Oblio è forse il termine che più di tutti descrive l’ambiente e la gestione d’una simile perla partenopea, contraddistinta, purtroppo, da custodi che vi inseguiranno e importuneranno fra una sala e l’altra convinti che voi non possiate scattare foto, evidentemente, ancora all’oscuro delle “nuove” regole del decreto Cultura, risalenti oramai al 31 maggio 2014, o, ancora, da custodi che non solo disdegnano l’inglese, ma perfino l’italiano, credendo, forse, di far ancora parte del Regno delle Due Sicilie.

Soprattutto chi vorrà scrutare simili opere dovrà confrontarsi con l’oggettiva impossibilità, nella quasi totalità dei casi, di sapere a quale periodo o nazione risalgano, visto che sotto le teche del settore europeo mancano del tutto le descrizioni. In ogni sala, per ovviare a questo disagio, vi sono ammassati opuscoli esplicativi nella sola lingua italiana, che, spesso, capirete essere piuttosto datati e non veritieri sull’ordine effettivo delle opere esposte, risultando, quindi, del tutto inutili.

Un vero peccato perché il settore europeo vanta preziose porcellane di Chantilly, Rouen, Sèvres, Meissen, Capodimonte, oltre a maioliche della Costiera Amalfitana, di Faenza, Gubbio, Deruta e Palermo. Le uniche sale in cui vi è una catalogazione “normale” dei reperti sono quelle del settore asiatico, con meravigliose porcellane cinesi dell’epoca Ming, Qing e giapponesi del periodo Kakiemon ed Imari. A conti fatti, sebbene la disorganizzazione sia non trascurabile, la bellezza ed il numero di tali opere giustificano senz’altro una visita in tale importante Museo, con l’auspicio che le cose migliorino, restituendo il giusto lustro ad un gioiello della cultura partenopea ed italiana.

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