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A me mancano i matti

A me mancano i matti, quelli che all’inferno sono già sopravvissuti

I matti, per definizione, sono dominati da impulsi irrazionali, da manie inconsuete ed eccessive, capaci di suscitare ilarità più che apprensione, compatimento piuttosto che avversione: sono tutti coloro che non comprendiamo


A me mancano i matti
A me mancano i matti. Gli agguati, le manie, i momenti di profonda lucidità: mi manca il loro estro, la loro innocente arguzia e la loro spontaneità.

Si racconta che i matti una volta non erano matti, poi lo scempio del mondo li ha condannati alla pazzia: sono sopravvissuti all’inferno, ed ora fingono di ignorarlo.

Loro probabilmente non lo sanno di essere matti, ma intuiscono che in realtà quelli poco sani di mente siamo noi: quelli che non vedono le persone e la loro sofferenza, ma che sono sempre pronti a giudicare ogni azione e scelta altrui; quelli che vivono di apparenze e di invidie, lamentandosi tutto il tempo di chi e di ciò che li circonda.

I matti, o meglio quelli che ci ostiniamo ad etichettare come tali, hanno già conquistato la libertà: quella dai ricatti affettivi, quella dalle convenzioni e dalle costrizioni sociali.

“I matti vanno contenti a guinzaglio della pazzia,

a caccia di grilli e serpenti, tra il campo e la ferrovia.

I matti non hanno più niente, intorno a loro più nessuna città,

anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa.

I matti vanno contenti, sull’orlo della normalità,

come stelle cadenti, nel mare della tranquillità”.   (Francesco De Gregori)

A me mancano i matti Nel loro lungo peregrinare per il paese, senza tempo, senza meta (quella poi in un paese non ce l’ha mai nessuno) ogni timida ricerca diventa un chiodo fisso.

Loro sono i “senza-storia”, i “senza-potere”, quelli che spesso indignano i vincoli di sangue e sbattono le porte in faccia al potere e alla sua arroganza, come all’omertà e agli onori che la gente “savia” gli riserva.

A me mancano i matti Nel mio paese i matti non sono mai mancati. Fin da bambina ne incrociavo lo sguardo, che in un attimo sorrideva all’anima più ingenua, minacciando a muso duro tutti gli altri.

In fondo i matti sono furbi per essere matti: chi cerca di superarli in astuzia, cade vittima del suo stesso tranello. In un bagliore di assoluto, infatti, ogni matto è capace di innescarti anche il più labile dubbio: chi è allora il vero matto?

«Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta». «Come lo sai che sono matta?» disse Alice. «Per forza» disse lo Stregatto: «altrimenti non saresti venuta qui». (Lewis Carroll)

Nell’incedere altalenante ma ben saldo, un matto si ferma, ti guarda e sai che sta guardando proprio te, anche perché in strada ci sei solo tu. Ognuno di loro ha la capacità di fissarti dritto negli occhi – i matti sono finti timidi, ma soprattutto non hanno paura di nessuno – semplicemente guardandoti attraverso o forse dentro, scrutando il tuo grado di follia.

A me mancano i matti Un matto ci prova a liberarti, per questo ti farfuglia qualche parola, forse un personale rituale magico, prima di proseguire il suo viaggio in posti che ignoriamo, sicuramente più felici di quelli che conosciamo e in cui abitiamo.

Poi col tempo la gente ha abbandonato i propri territori natii, e, nella loro moria, anche i matti hanno deciso di andarsene per sempre. Infatti pur vivendo la propria solitudine, i matti hanno sempre partecipato alla quotidianità della comunità, quasi si nutrissero della sua anonima normalità.

Ma ora, in paesi fantasma, chi potrà ancora additare un matto?

A me mancano i matti Nel progressivo svuotarsi dei piccoli centri, e tra essi del mio, oggi fatichi a distinguerli i matti. Ma a me continuano a mancare.

Mi mancano loro che mi rapivano i pensieri: perché poi, se ancora riesci a riflettere, i matti di oggi, quelli veri, sono ipocriti e noiosi nella regolarità delle loro abitudini.

“Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita”. (Alda Merini)

[Foto di Rossella Della Vecchia]

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About Rossella Della Vecchia

Rossella Della Vecchia
Classe 1986, specializzata con lode in Storia dell'Arte Contemporanea [cattedra di Carla Subrizi, La Sapienza] con la tesi “Trouble Every Day: Tous Cannibales, la voracità da tabù ad arte, dall’arte alla società”. Da sempre interessata all’arte come alla scrittura, e alla comunicazione in genere, scrive di cultura, politica e attualità. Storica dell’Arte, esperta SEO e freelancer per vocazione, attualmente collabora anche con Artribune e Tiragraffi Magazine. Da marzo 2013 cura un personale blog sull’arte: ArtFriche Zone. “Soltanto quando il senso di associazione nella società non è più abbastanza forte da dare vita a concrete realtà, la stampa è in grado di creare quell’astrazione, il pubblico” (Dwight MacDonald).

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